Gli stranieri a Roma, la storia di Mariana, l'idea di casa e l'attesa del crepuscolo
Mariana ci vede da lontano, siamo davanti alla sua capanna, attratti da quello stendino azzoppato su cui è ben stesa una camicia da notte rosa. Accanto alla capanna una tavola da stiro, potenza di elementi sottratti alla loro quotidianità e immersi in un contesto straniante. Nell’impossibilità di viaggiare questo è già un viaggio, come stranieri nel deserto, davanti a una tenda berbera, tra la paura di invadere e il rispetto di una scelta coraggiosa.
Arriva con il cappuccio della felpa tirato su, sembra un folletto che viene dai boschi mentre in realtà torna da giri urbani fatti alla ricerca di cibo, basta un saluto per oltrepassare quella linea di confine posta da lei e noi, una mano alzata e un momento per fermarsi nel tempo e nello spazio e riconoscerla, ascoltare il suo stare lì, senza giudizio e senza fretta.
È nel labirinto e in questo caos ha costruito delle pareti, dei punti di riferimento iniziando dal più nobile, le Mura Aureliane. Non chiede elemosina, cerca un lavoro e ti mostra le mani per farti vedere che sa lavorare, sono mani pure, sincere, ti vuole far vedere i calli per farti capire che lei, in Romania, ha fatto lavori maschili, le tocco ma sono calde e lisce.
E poi ti apre la porta della sua casa, materasso, sacco a pelo, cartoni, un’immaginetta religiosa attaccata su un legno di fortuna come se fosse un quadro. Ti fa vedere una cassetta con tre pomodori e la cipolla che ha trovato nei banchi vuoti del Mercato di piazza Vittorio. Ripone e chiede la massima fiducia in noi. Nella sua indigenza ti parla ispirata, delle stelle, del cielo e del crepuscolo che aspetta ogni sera.
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Commenti
Scritto da salvatore — 1 dicembre 2011 alle 13:43
la città è davvero un mondo e dobbiamo cominciare a saperlo guardare con nuovi e più attenti occhi. bel racconto.
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