Gli omicidi a Roma, l’emergenza sicurezza di Alemanno e la familiarità con la scena del crimine

di Antonio Carbone — 23 novembre 2011

La scia di omicidi continua. Dopo quelli di Prati, Morena, e i tentati omicidi di Tor Bella Monaca e di piazza Nicosia dello scorso dieci novembre, c' è stato il duplice omicidio di ieri a Ostia. La scena del crimine più o meno è sempre la stessa o così almeno viene rappresentata in televisione o sui giornali: la solita striscia bianca e rossa a delimitare il punto preciso per permettere i rilievi. Le immagini di spalle dei poliziotti della scientifica con la pettorina e a terra i segni di gesso in prossimità di ogni bossolo e  dei corpi. In molti casi la rappresentazione reale si confonde o si sovrappone a quella vista nelle serie televisive. Tutto ciò neutralizza quasi l’estraneità della scena senza però eliminarla. Per cui è possibile che si crei una sorta di familiarità. E quasi un paradosso: si familiarizza con qualcosa di estraneo senza che gradualmente se ne conquisti una maggiore confidenza o conoscenza.

Per certi versi è come passare per strada e vedere una persona sempre alla stessa ora, fino al punto di sentire l’esigenza di scambiarsi un saluto che non prelude mai a qualcosa di più. Un espediente insomma per superare l’imbarazzo dovuto all’indifferenza. Lo stesso succede quando per esempio in bicicletta sulla pista ciclabile si lambisce il campo rom all’altezza di Tor di Quinto, proprio lì dove fu uccisa la signora Reggiani. A distanza di una settimana è possibile incrociare gli stessi bambini che giocano tra le pozzanghere o lo stesso adulto sul ciglio della strada. E’ possibile pure che il riconoscimento avvenga in maniera reciproca. Senza oltrepassare la linea di confine. Anzi rendendola ancora più evidente.

E’ vero, di fronte all’ennesimo omicidio è da stolti speculare, affannandosi a cercare delle responsabilità. Anche se verrebbe spontaneo farlo dal momento che chi ora ci amministra a suo tempo ha fatto della sicurezza il punto forte della campagna elettorale. Ma è quasi inutile ricordarlo, come se la campagna elettorale di per sé autorizzasse a un uso maggiore di demagogia e populismo. Se questa ricerca delle responsabilità è sterile, perché anch’essa populista, ciò non toglie che qualche rilievo si può fare al sindaco e alla sua giunta. O, più sommessamente, limitarsi a una domanda. Chiedergli, insomma, se al di là dell’emergenza dichiarata in quest’ultima occasione non sia un problema questa indifferenza. Ma soprattutto questa familiarità con l’estraneo.

Forse può sembrare un discorso senza né capo né coda ma in qualche modo è legato alla spiegazione che viene data anche di questi ultimi due omicidi. “…Si sono spezzati gli equilibri. I clan hanno sempre evitato di usare la capitale come luogo per fare guerre perché Roma è importante soprattutto per le attività economiche di riciclaggio” cosi oggi sulla pagina di Repubblica di Roma, argomentava Raffaele Cantone, già sostituto procuratore della Dda di Napoli e ora alla Corte di Cassazione. L’analisi è tutt’altro che rassicurante. E quasi viene da chiedersi se siano più pericolosi i momenti in cui si verificano gli omicidi a causa degli equilibri che saltano o quelli in cui tutto appare tranquillo, indifferente alle infiltrazioni mafiose e paradossalmente familiare per quanto estraneo.

 

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