Domenica a pranzo alla Città dell’Utopia con i rifugiati di Laboratorio 53
Posso pranzare da solo tutti i santi giorni, ma non la domenica. La domenica qualsiasi cosa mangi, ho notato, mi rimane sullo stomaco se a tavola non ho di fronte almeno un’altra persona da guardare negli occhi. Per questo quando si prefigura il rischio, faccio di tutto per invitare qualcuno. Farmi invitare oppure trovare l’occasione per poter consumare il pranzo in un luogo che neppure lontanamente mi ricorda l’ambiente di un ristorante.
La domenica, insomma, rispetto agli altri giorni, ho bisogno di una porzione maggiore di condivisione. Anche senza tante parole. E’ una questione di umore e naturalmente di cibo. Mi accontento di poco. Divento vegetariano se a tavola tutti lo sono. Carnivoro se sto con i cacciatori. E soprattutto appassionato di riso, pesce e verdure se so che chi lo ha preparato si è impegnato in cucina dalla mattina avvertendo la responsabilità: quel piatto (cebu gien) rappresenta il Paese lontano da cui è fuggito. La parte per il tutto. La sua sineddoche.
Cibo e comunità mi danno calore. Anche se non lo riesco mai esprimere: non faccio mai gesti eclatanti, grandi discorsi, raramente propongo un brindisi. Mi devo sentire come uno di loro. Quando ci riesco tutto mi sembra avere più sapore: condisco le loro storie silenziose con l’immaginazione; ci intingo il pane. E alla fine, soddisfatto e leggero, mi ripulisco pure il piatto senza aspettarmi il dolce.
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