A Scattone una cattedra del liceo di Marta Russo, i paradossi del diritto e la reazione dei genitori

25 novembre 2011

Giovanni Scattone ha ricevuto l'incarico, da supplente, per una cattedra di storia e filosofia al Liceo Cavour di Roma in via delle Carine. Un istituto vicino al Colosseo, proprio dove la Capitale mostra se stessa nel modo più tradizionale e turistico. Oggi ne parlano tutti. C'è stupore e fastidio. L'ex assistente universitario, che è stato condannato in tutti i gradi per l'omicidio di Marta Russo, insegna da settembre scorso nello stesso istituto dove aveva studiato la ragazza vittima dell'atroce avvenimento. Sembra una beffa.

Il caso di Marta Russo, alla fine degli anni '90, venne seguito da tutti con attenzione e apprensione. Molti furono quelli che rimasero colpiti. L'omicidio avvenne la mattina del 9 maggio del 1997. Per una sorta di crudele coincidenza, lo stesso giorno in cui sempre a Roma, nel 1978, venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Lo stesso mese in cui, per la precisione il 12 maggio del 1977, venne uccisa, sempre a Roma, anche Giorgiana Masi, un'altra ragazza a cui la vita venne tolta con la freddezza di un proiettile.

In molti fummo turbati da quel che accadde. Marta Russo, allora studentessa universitaria, camminava con una sua amica per i viali dell'università di Tor Vergata. D'improvviso, venne raggiunta da un proiettile. Non morì subito. Trascorsero cinque giorni orribili. Poi, ci fu il buio. Di giorni, dopo, come sempre, ne passarono molti altri. Ma le risposte si fecero aspettare.

A lungo, molti di noi seguirono il processo ai due imputati: gli assistenti universitari Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. I due, raccontarono alcuni testimoni, parlavano spesso del delitto perfetto durante le loro lezioni. Ci furono testimonianze e ritrattazioni. Atteggiamenti e interrogatori che suscitarono molte polemiche. Ci furono elementi che stringevano Scattone e Ferrraro alle loro responsabilità. Ma i due negavano sempre.

Molti provarono a ascoltare il processo attraverso Radio Radicale. Le sere, attraverso l'etere, si cercava di percepire quel che accadeva in un tribunale e si provava a comprendere  qualcosa di più nelle voci di chi aveva compiuto quell'atto. Un ravvedimento. Un dolore. Una consapevolezza. Non si trovò nulla. Sentimmo solo molto gelo. Le voci arrivavano esili nel chiuso delle nostre case. Provammo paura. Anche solo a ascoltare. E sentimmo il dolore che sentirono, e sentono ancora i genitori.

Poi ci furono le condanne. Quella definitiva, per Giovanni Scattone, era per omicidio colposo. Salvatore Ferraro venne condannato per favoreggiamento. Per Scattone si trattava di cinque anni e quattro mesi. A lungo ci chiedemmo se puntare una pistola verso un viale percorso da migliaia di giovani fosse davvero un atto così inconsapevole e ingenuo. O se invece non portasse dentro di sé la consapevolezza del rischio di uccidere.

La sentenza di Cassazione, arrivata il 15 dicembre del 2003, ha ridotto lievemente la pena e ha eliminato la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Per questo, Scattone è potuto tornare a insegnare. Così, dal 2005, Scattone ha cominciato a presentarsi alle superiori come docente. Da un liceo all'altro. Come tutti i precari italiani. Ora, da quest'anno, il paradosso. E' stato assegnato proprio nello stesso liceo dove aveva studiato Marta Russo. Un professore di scienze del Cavour ha dichiarato alle agenzie che Scattone "non dovrebbe essere qui, ma il problema non è suo, sono le norme che non vanno, andrebbero riviste." Possiamo immaginare l'imbarazzo di docenti e studenti. Il fastidio. Almeno per quelli che ricordano o sono andati a leggere quel che avvenne allora.

Oggi, proprio in quei viali dell'università, dove per colpa di Scattone e Ferraro, Marta Russo venne privata della vita, c'è una targa in ricordo della giovane. “Come potrò essere utile agli altri?”. E' la prima frase. Seppure la legge permette a Scattone di insegnare, lui crede davvero che questo sia il modo migliore per essere utile agli altri? O invece non sarebbe auspicabile che, invece di pensare a se stesso, ai suoi diritti, in questi giorni, colga l'occasione per farsi da parte e lasciare l'incarico? In nome e in rispetto di quella vita che è stata travolta per sempre.

Ma c'è di più. "Io credo che Scattone abbia il diritto ovviamente di guadagnarsi il pane ma non come educatore". Questo è stato il commento sobrio e senza traccia di risentimento del padre di Marta Russo centrando forse il problema anche al di là del discorso sull'opportunità. Soprattutto alla luce di quanti ne hanno parlato come di un insegnante di filosofia preparato. Fa riflettere, infatti, la considerazione della filosofia come di una disciplina simile alle altre. Senza considerare il nesso tra il sapere e l'agire a cui proprio la filosofia obbliga chiunque la pratichi.

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