This must be the place, una recensione, Paolo Sorrentino, Sean Penn e il glamour

di Antonio Carbone — 15 ottobre 2011 — 3 commenti

This must be the place. La prima cosa che ti viene in mente dopo aver visto l'ultimo film di Paolo Sorrentino è un oggetto di design. Liscio, elegante nella linea e minimale nella forma secondo la tendenza del momento che sembra privilegiare la sobrietà per lo più. La seconda è la striscia del fumetto in cui cerchi soprattutto una certa stilizzazione dei personaggi e dei luoghi e una storia esile che non ti impegni molto. La terza è una cover che inspiegabilmente riscuote più successo del brano originale. La quarta, infine, è un buon piatto di un ristorante dal respiro internazionale, forte del carattere del suo giovane chef capace di reinterpretare a modo suo persino la coda alla vaccinara, rendendola appetibile ai palati più raffinati. Deve essere anche per questo che più che uno stile sei disposto a concedergli un gusto.

Ma, sia detto subito a scanso di equivoci, questi elementi non devono essere considerati necessariamente un limite del talentuoso regista napoletano. E' probabile, anzi, che scaltro qual è li avesse ben in mente anche lui e su di essi abbia puntato per alzare il suo potenziale. In altri termini è possibile che senza grandi tormenti sia lui il primo a riconoscere di aver realizzato un prodotto e non un'opera.

Che c'è di male? Anzi è proprio questa ricetta che mette tutti d'accordo. I critici e i suoi fans che, si presume, nei prossimi giorni accorreranno nelle sale numerosi. Sarà tutto un darsi di gomito a ogni suntuoso movimento di macchina sui cieli saturi americani sotto i quali si muove il suo protagonista-icona, Cheyenne (Sean Penn).  E lì il cerchio si chiude. Soddisfacendo il compiacimento del regista, dei critici e dei suoi giovani fans.

Ancora lì a tirare in ballo Edward Hopper. Come se prima di Sorrentino nessuno avesse mai osato tanto per raccontare la solitudine dei nostri giorni, dimenticando o forse non avendo mai avuta l'occasione di vedere al cinema - per evidente ragioni anagrafiche - Wim Wenders e Michelangelo Antonioni. E più lo citano Hopper e più lui, il regista, gongola. Diventando ogni giorno più glamour.

Commenti

  1. Scritto da Paola C.16 ottobre 2011 alle 18:05

    Straordinario. Che dire di più?
    Grazie

  2. Scritto da Elena Caterina16 ottobre 2011 alle 23:17

    Complimenti a chi ha scattato la foto, mi piace molto davvero.

  3. Scritto da Monica20 ottobre 2011 alle 14:56

    Sono d'accordo. Non e' questione se sia bello o brutto. E' un film semplice per consumatori sofisticati.

Scrivi un commento

Anteprima del commento