Sacconi e l'intervista a Sky, il terrorismo, l'articolo 18 e la paura di un ministro

31 ottobre 2011

Che cosa dovrebbe fare un ministro di uno stato moderno, quando è a conoscenza del rischio di un attentato sul suo territorio? A un cittadino verrebbe da pensare che il ministro, un buon ministro con il senso dello Stato, per prima cosa si preoccuperebbe di predisporre tutte le misure necessarie per impedire che ciò avvenga, cercherebbe di tenere i toni bassi e farebbe in modo che la quotidianità della cittadinanza si svolga nella maniera più normale possibile. Insomma, un buon ministro farebbe di tutto per smorzare la fiamma che minaccia il convivere civile e distenderebbe il manto tranquillo della civiltà e della gestione responsabile per mettere a tacere grida e contrasti.

Deve esserci qualche errore in questa convinzione se invece, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, si è presentato ieri in televisione e, in un'intervista a Maria Latella trasmessa su Sky, ha dichiarato con faccia terrea: “Ho paura, ma non per me perché sono protetto, ho paura per persone che potrebbero non essere protette e proprio per questo diventare bersaglio della violenza politica che nel nostro Paese non si è del tutto estinta". Con queste parole è sembrato quasi aver ceduto a un istinto o non aver saputo resistere a una tentazione.

Sullo sfondo, c'era un camino, due piccoli vasetti con dei fiori. Lui era in giacca e cravatta grigi. Le borse sotto gli occhi. Cosa è stato a farlo preoccupare davvero? Il ministro ha detto di vedere “una sequenza dalla violenza verbale alla violenza spontanea, alla violenza organizzata, che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all'omicidio come è già accaduto l'ultima volta dieci anni fa proprio con il povero Marco (Biagi) nel contesto di una situazione, per certi versi, simile a quella di oggi”.

Parole sfuggite via dalla bocca o pensate a lungo e intenzionalmente pronunciate? Sacconi ha paura davvero? E se ha paura, può un uomo di stato avere paura come un cittadino? O, invece, alle istituzioni non è dato di avere paura? Si è impaurito davvero davanti a tutte le critiche sollevate contro l'idea del governo di riscrivere nuove regole sulla possibilità delle imprese di licenziare anche i nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato? Si è sorpreso davvero che alla gente non vada di rinunciare a dei diritti senza avere in cambio qualcosa d'altro come ad esempio succede in tutti gli stati del Nord Europa dove in cambio di minori certezze di lavoro ricevono concreti strumenti di sostegno in termini di reddito, orientamento e formazione?

D'altronde è stata proprio Maria Latella nella prima domanda a chiedergli se aveva paura. E' stata proprio Maria Latella a dire che in Italia “chi ha toccato la questione lavoro, e penso a Marco Biagi, ma purtroppo non soltanto a lui, ha fatto una brutta fine.” E' stata proprio Maria Latella a chiedere: “Lei ha paura?”.

Tutto sta a capire se, a questa domanda il ministro, è stato sincero. Perché se è stato sincero, e ha paura davvero, dovrebbe spiegarci perché invece di dirlo in televisione non lo è andato a dire al ministro dell'Interno, in fondo con Roberto Maroni ha un buon rapporto e, poi, è così che nelle istituzioni si fa. Ovviamente non vogliamo credere che invece il ministro abbia mentito alla domanda. Perché in questo caso, se non ha paura, e non è necessario avvertire il ministro dell'Interno, allora starebbe giocando con il fuoco per accaparrarsi un vantaggio politico. Si starebbe comportando in maniera irresponsabile solo per zittire pregiudizialmente chiunque si alzi per dire che la politica sul lavoro di questo governo è precipitosa, irrazionale e inconsapevole del contesto sociale e economico in cui si inserisce.

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