Napolitano, la Padania che non esiste e i politici della Lega per le strade di Roma

di Federico Pace — 1 ottobre 2011

Per Giorgio Napolitano il “popolo padano non esiste” e non esiste lo “spazio per una via democratica alla secessione nella Costituzione e nelle leggi”. Ieri il presidente della Repubblica non era al Quirinale. Chi passava davanti al palazzo che sta sul colle però guardava distrattamente verso le finestre che paiono proseguire verso l'orizzonte. Pochi facevano caso se era esposta o meno la bandiera che segnala la sua presenza al Quirinale. Arrivava un vento leggero e tanti erano i turisti che erano affacciati a guardare verso la Basilica di San Pietro.

Il presidente non era a Roma. Era a un incontro con gli studenti della facoltà di Giurisprudenza della Federico II di Napoli. Per lui è “grottesco pensare a uno Stato lombardo-veneto che competa con India, Brasile...”. Parole sensate che rompevano il velo paradossale sotto il quale si è lasciata agire e parlare una fetta importante dei protagonisti improvvisati della politica italiana. Questa mattina a un'edicola vicino piazza Venezia, non poco distante dall'Altare della Patria, c'è anche la prima pagina della Padania. “Io esisto e sono padano”. Il signore di nome Roberto Calderoli, che da diversi anni ricopre incarichi di rilievo nelle istituzioni statali e che usufruisce di beni e servizi pubblici e dello Stato, ha pronunciato parole surreali («Napolitano è sempre molto saggio ma fa finta di dimenticare il diritto universalmente riconosciuto alla autodeterminazione dei popoli».)

Anche oggi però, nonostante le loro parole guerresche partortite da un'immaginario trito e incongruo, i deputati e i senatori leghisti continuano a girare per le strade di Roma. Ma non quelle ampie e trafficate che ogni giorno percorrono i romani che disegnano le loro traiettorie intorno al lavoro e alla fatica. No, i deputati e i senatori leghisti girano in tondo in quel groviglio di strade che uniscono i palazzi del potere che loro chiamano “romano” e che invece ormai è loro. Come tenenti ebbri dopo una vittoria su una cittadina spaurita, continuano a girare allegri e disinteressati al bene comune. Con le loro pance gonfie, i volti rubizzi e le parole volgari. Sono passati solo pochi giorni da quando, grazie al loro voto, un ministro, accusato di concorso in associazione mafiosa, è rimasto ancorato alla sua poltrona. Protetto da chi continua a dire di agire in nome del popolo e invece, già da tempo, persegue interessi legati alla propria esclusiva sopravvivenza.

Federico Pace è autore di Senza volo (Einaudi)

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