La lettera di Berlusconi, le promesse all'Europa e l'incapacità manageriale dell'uomo che si era fatto da sé

di Antonio Carbone — 26 ottobre 2011

«Mi dovete scusare se me ne andrò prima ma quella letterina che Berlusconi porterà questa sera a Bruxelles ha bisogno di qualche messa a punto e di qualche ritocco» ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, lasciando prima del tempo la conferenza stampa sui crolli di Pompei. Se non fosse un giorno così funesto con nove morti e cinque dispersi in Liguria, ci sarebbe da fare persino ironia sulla stesura della lettera. E il riferimento al film Totò, Peppino e la malafemmina sarebbe d'obbligo.

E in ogni caso, ironia a parte, c'è qualcosa di patetico su cui non si può tacere. Patetico proprio nel suo aspetto più mercantile che fa venire in mente la fatica per trovare un accordo e firmare un contratto tra due contraenti che trattano da posizioni diverse. In cui una delle due parti è obbligato alle condizioni imposte dall'altro con ridotte possibilità di mediazione. A quanto pare l'accordo a ribasso raggiunto con la Lega nella notte a palazzo Grazioli non è bastato. E a Bruxelles, evidentemente, chi ha già avuto modo di prendere visione dellle misure indicate nella lettera deve aver suggerito ulteriori aggiustamenti. Da qui la necessità dei ritocchi.

Poi, la lettera è arrivata e abbiamo tutti potuto leggere il testo. Ci sono ancora propositi e promesse. Intenzioni. "Il libro dei sogni", ha detto Casini. Tra l'altro c'è l'impegno che l'età della pensione salirà a 67 anni a partire dal 2026. Per un qualche caso, che aiuta chi vuole sempre sfuggire alle responsabilità, il meccanismo di adeguamento dell'età pensionabile, dovrebbe iniziare nel 2013. Quando l'attuale governo, per fortuna, non sarà più in carica. Il solito modo per prendere un po' di tempo ancora.

E allora ritorna la sensazione inziale, quel senso del patetico. Perché? Questa lettera è patetica perché mette in evidenza, qualcora ce ne fosse ancora bisogno, l'assenza della politica. In quanto tutte le misure che Berlusconi si impegna a realizzare riguardono scelte di governo disattese fino a questo momento. E su cui grava il forte rischio che rimarranno tali. Vane promesse.

Sin dalla prima lettera che la Bce ha fatto pervenire al governo in agosto con la quale è stato di fatto esautorato e posto sotto il controllo dell'Europa per non continuare a nuocere a sé e al resto del vecchio continente, Berlusconi avrebbe dovuto passare la mano. Per lui che aveva fatto dell'essere un uomo di impresa prestato alla politica un vanto, la sconfitta infatti è ancora più grave. Perché quello che da mesi gli sta dicendo l'Europa insieme al resto del mondo e che deve andare via non solo per tutte le questioni aperte con la giustiiza e per non essersi dimostrato all'altezza del ruolo politico. Ma soprattutto per non essere neppure un bravo amministratore quando nel reperimento di ingenti risorse finanziare non si possono adottare mezzi e mezzucci di qualità dubbia.

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