Il nubifragio a Roma, la metro chiusa, i bus fermi, il traffico, l'odissea da palombari e la notte che diviene giorno

di Federico Pace — 20 ottobre 2011 — 1 commenti

La metropolitana sta chiudendo le stazioni. Sulla linea A, sono già chiuse quella di Manzoni e San Giovanni. Anche Termini. Anche Colli Albani. E' chiusa anche Porta Furba, Numidio Quadrato e Cinecittà. Sulla linea B hanno chiuso Garbatella e Rebibbia. Laggiù, dichiarano le autorità, si stanno attivando degli autobus per sostituire la metro, ma anche quei bus si ritrovano di fronte ad allagamenti e fronti d'acqua. Era già successo. Con un altro nubifragio. Chi dovrebbe predisporre interventi e supporti, anche il sindaco Gianni Alemanno, anche questa volta si è fatto trovare impreparato. Ancora una volta.

L'Ansa dice che si tratta di una perturbarzione artica. Il saperlo non cambia il fatto che svegliarsi col nubifragio è tutt'altro che confortevole. Il tormento sofferto dei tuoni che si insinua nella mente. Il sonno che si dissolve. Il precipizio della pioggia torrenziale che batte sulle persiane. La notte che diviene giorno nel modo più inatteso e inadeguato. Sembra un altro mondo e un'altra esistenza. Il mondo delle acque. Uno spazio in cui non sappiamo cosa fare.

Chiamano gli amici. E raccontano l'odissea da palombari. Anche a Ottaviano hanno chiuso gli accessi. Le macchine sono ferme. Sommergibili accatastati l'uno contro gli altri. A Roma nord è tutto fermo. Qualcuno racconta quello che succede alla fermata metro di piazza di Re di Roma. Se entravi, ti andavi a scontrare con la gente che tornava sui propri passi. Come sopravvissuti. Ti avvertono di tornare indietro. I torrenti sulle scale, la gente che si appoggia al muro, i pavimenti in marmo, qualcuno che scivola, tutti a tentoni che camminano con le mani al muro, le domande agli addetti, gli annunci attraverso gli altorparlanti, le chisure annuncciate via via. Come se la città normale regedisca velocemente sotto questo fiume d'acqua. Come un'Atlantide prossima a scomparire.

Qualcuno da Trastevere parla delle vetrine dei negozi ormai minacciate dall'acqua. C'è pure chi non riesce a entrare in macchina. Sul Lungotevere, mentre i platani resistono, le automobili sono tutte ferme. Si tratta davvero di un mondo per cui non abbiamo alcuna preparazione? Davvero non c'era nulla da fare anche questa volta? Viene da ricordare l'autunno del 2008, quando subito dopo l'alluvione, il sindaco Alemanno diede colpa alla foglie di tutti i disagi. A qualcuno viene in mente di andare a prendere il canotto. L'ironia e le battute per superare i disagi e l'inadeguatezza di chi ha responsabilità e potere.

I varchi Ztl sono stati spenti e le macchine posso accedere al centro storico. Ma serve a poco. Dai quartieri a nord a quelli a sud è tutto un incagliarsi contro l'acqua. E' tutto un fermarsi di bus e vetture. Gli autobus non hanno i remi, verrebbe da dire a vederli tutti esausti e privi di forze. Da Ponte Milvio alla Salaria, dalla Cassia alla Magliana. I numeri dei bus, il 987 e il 785, il 235 e il 200, sono i numeri di una disfatta. Pare che anche Giorgio Napolitano si sia ritrovato a fare i conti con la pioggia e ha dovuto almeno rinviare la sua partenza in aereo per Pisa dove avrebbe dovuto inaugurare la Domus Mazziniana.

Le fronde degli alberi sono scosse ripetutamente da un vento inquieto. I pantaloni sono zuppi d'acqua e la gente comincia anche a mandarsi a quel paese da un finestrino all'altro. Per sfogarsi un po'. Ma poi smettono di fare pure quello. Alla fine, tacciono. C'è poco da dire. La mattina avanza e ciascuno, spedito in questa landa d'acqua, senza l'appoggio e il supporto di chi dovrebbe intervenire, sente la rabbia trasformarsi in sconforto. E in quest'altro giorno da guadagnarsi da sé, in quest'altro giorno da cittadini soli, non resta che provare ad apprendere anche le regole per sopravvivere in un mondo sommerso. La sensazione è che ne avremo bisogno.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

Commenti

  1. Scritto da giggia20 ottobre 2011 alle 10:08

    sono una dei "palombari" sopravvissuta all'attraversamento, tramite metro, della capitale invasa da macchine e da umani urlanti.
    Sul condizionatore del mio ufficio, attivo ora con aria calda, sono depositati impropriamente per il luogo, calzettoni e scarpe a tentare di limitare i danni provocati dai fiumi d'acqua che ho dovuto seguire per arrivare solerte a compiere il mio dovere quotidiano.

    "Un altro giorno da cittadini soli".

    è vero, anche questo è uno dei tanti giorni a Roma, nel quale ti chiedi a quale dovere hanno assolto quelli che hanno progettato un gioiello di metro simile...

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