Il Nobel della letteratura a Tomas Transtromer

di Federico Pace — 6 ottobre 2011

Il premio Nobel per la letteratura del 2011 è andato a Tomas Transtromer, il grande poeta svedese. Chi lo ha letto, condividerà di certo le ragioni indicate da Stoccolma: “Attraverso le sue dense e diafane immagini, ci dà un nuovo accesso alla realtà”.

E le metafore alimentavano anche la sua prosa. In alcune memorie scritte qualche tempo fa, l'autore svedese scriveva che la propria vita gli si mostrava con la forma di una cometa. Le più lucente, la testa, è l'infanzia e la gioventù. Il nucleo, la parte più densa,  quel primo periodo in cui vengono determinati gli elementi più importanti della nostra vita. "Cerco di ricordare, cerco di penetrare quella densità. Ma è difficle muoversi in queste regioni concentrate, è pericoloso, sento come se mi stessi avvicinando alla morte stessa". Da piccolo sognava di divenire ingegnere ferroviario. Ma era più interessato ai treni a vapore che a quelli elettrici. In altre parole, come lui stesso ammise, era un romantico, più che un tecnico.

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Del tempo che passa, ha detto che "ci sentiamo sempre più giovani di quel che siamo. Io porto dentro di me i miei primi volti, come il tronco di un albero contiene i suoi anelli. La somma di quelli, sono io. Lo specchio vede solo il mio ultimo volto, mentre io conosco tutti i miei precedenti".

Nelle librerie di Roma, i libri di Tomas Transtromer non ci sono. Li puoi cercare a lungo. Ma non c'è nulla da fare. Al loro posto, trovi i bestseller. Inutili accumuli di parole senza senso e qualità. Volumi che si vendono in grandissime quantità, ma remoti alla letteratura. Solo Maria Cristina Lombardi, che io sappia, lo ha già tradotto in italiano. Per il resto, poca attenzione è stata riservata a questo autore. Certo, Josif Brodskij ha da tempo detto che lo svedese è uno dei grandi. Ma agli editori, importa qualcosa?

Le parole scritte da questo poeta non ci sono negli scaffali delle librerie Feltrinelli di Roma. Né a quella di Torre Argentina. Né a quella vicino piazza della Repubblica. O a quella alla galleria Colonna. Non ci sono, queste parole preziose, in nessuna delle librerie disseminate, come superflui supermercati, per le strade e le piazze d'Italia. Sarà, anche questo, un segno dei tempi?

Transtromer è stato psicologo. Ha lavorato nel carcere minorile di Linkoping. Ha per lungo tempo partecipato al recupero della gioventù difficile e delle persone con disabilità. E' una figura complessa, non semplice da decifrare. Un uomo che ha vissuto e sofferto.

Per dire dell'ampiezza che percepiamo quando lo leggiamo, Robert Bly, uno dei suoi traduttori in inglese, ha scritto che le sue poesie "sono una specie di stazione ferroviaria dove treni che arrivano da enormi distanze restano per un istante nello stesso spazio". Quel che scrive, come è la grande poesia, è anche musica. Transtromer, d'altronde, ha suonato a lungo il pianoforte. A proposito di Baltics, forse la sua raccolta più bella, ha detto che scriverlo è stato il suo "più consistente tentativo di scrivere musica."

Per scoprire le sue opere, ci si deve allontanare da Roma. Andare via dalla città. Dalle strade trafficate e dall'urlo delle vetture. Per avvicinarsi alle sue parole, si deve andare in Svezia. Come è successo a me. E salire a bordo di uno di quei piccoli traghetti che ti portano da Stoccolma verso l'arcipelago dove Transtromer ha vissuto a lungo, a Runmaro. Bisogna andare verso la luce assoluta delle isole. Verso Vaxholm, Tynningö, Ramso, Rindö, Skarpö e Edholma.

Qui, come nelle sue poesie, disperazione e speranza, buio e luce, sembrano trovare un punto di contatto. «Sbarcai una notte di maggio in un gelido chiaro di luna dove erba e fiori erano grigi ma il profumo verde». Così scrive nella poesia che in inglese si intitola A Page of the Nightbook.

Bisogna andare verso est, dove le isole si fanno meno abitate. Dove la quiete, la luce e le acque inebriano e travolgono. Dove la terra è ricoperta di ontani, betulle e licheni. E piccoli sentieri si inerpicano verso interiora verde cupo. Lontano dalla città, dove i pini «tacciono d’accordo tra loro».

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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