I manifestanti pacifici, gli incappucciati a San Giovanni, Roma che brucia e cosa serve per far trionfare il male

di Dario Saltari — 16 ottobre 2011

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Vedere un pacifico manifestante, un cittadino, che strappa dalle mani un sampietrino ad un altro per evitare che questo faccia del male non è da tutti i giorni. Ma nemmeno vedere Roma che brucia è da tutti i giorni. Nel 1791 Edmund Burke, pensatore britannico spaventato dalla piega che stava prendendo la rivoluzione francese, affermava che affinché il male trionfasse bastava che i buoni non facessero nulla.

In questo caso i buoni, radunatisi a Roma per unirsi alla grande manifestazione globale contro gli effetti distorsivi della crisi finanziare mondiale, sono stati messi in fuga in poco più di un'ora da un male perfettamente organizzato. Un male perpetrato da coloro che la stampa ha esoticamente ribattezzato “incappucciati”. Sono proprio loro che mi hanno accompagnato sulle scale mobili della stazione Termini mentre uscivo dalle viscere della terra per unirmi alla folla (poco) festante. Intonavano cori da stadio rimescolati in salsa no-global ed erano vestiti metaforicamente di nero, con il casco del motorino al braccio e tante bandiere di ogni tipo.

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Questa caratterizzazione così spiccata li rendeva perfettamente distinguibili dal resto della folla che provava goffamente ad imitare le altre manifestazioni in giro per il mondo nonostante il clima fosse teso fin dall'inizio. Da tempo infatti si inseguivano sul web voci di probabili scontri durante la manifestazione e si era talmente certi che questo potesse accadere che i No-Tav avevano messo a disposizione un numero telefonico per la consulenza legale contro eventuali arresti ingiustificati o trattamenti violenti da parte della polizia. Polizia che, colpevolmente e stranamente assente, lasciava passeggiare tranquillamente per le vie del centro “quei ragazzetti nervosi” come furono presto rinominati.

Per le poche decine di minuti che il corteo si era svolto normalmente la manifestazione era riuscita solo a regalare quelle contraddizioni tipiche del tempo in cui viviamo. Una marea di persone che camminavano senza parlarsi, un tappeto di macchine fotografiche Canon e iPhone che fotografava un cartello con sopra scritto “il futuro è senza capitalismo”, Ricky Martin sparato a tutto volume con l'unico intento di sfondare i timpani e una scritta sul muro che ruggiva “Fuck the Polis”.

A queste contraddizioni si aggiungevano quelle degli indignati, mal organizzati e totalmente privi di un servizio d'ordine. Andando avanti, però, questi fatti perdevano di importanza perché le colonne di fumo nero ci avvertivano che qualcosa di più grave stava accadendo. Iniziavano a comparire automobili distrutte, tra cui un SUV targato S. Marino, e vetrine dei negozi frantumate. Una di queste sottotitolava emblematicamente: “No Control”.

Gli incappucciati aumentavano di numero e avevano gran fretta di andare in testa al corteo mentre le colonne di fumo diventavano fiamme e i primi petardi iniziavano ad esplodere. Accorreva finalmente la polizia, forse informata che c'era una manifestazione a piazza San Giovanni, che però a parte l'arrivo trionfale con gazzelle a sirene spiegate, di lì in poi farà ben poco. Ancora meno faceva il resto del corteo, composto dai cosiddetti “draghi ribelli”, che impaurito dall'aura infernale che aveva improvvisamente assunto la città eterna fuggiva in mille rivoli all'interno di vicoletti interni.

Probabilmente non sapremo mai se tutto ciò non sarebbe successo se gli indignati fossero stati più organizzati e avessero espresso anche un minimo concetto o se la polizia fosse intervenuta più tempestivamente, ma sicuramente ieri Burke avrebbe detto compiaciuto: io l'avevo detto.

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