Gli indignati a Santa Croce, l'assalto a Trony di Ponte Milvio, Occupy London e una conversazione notturna

di Dario Saltari — 29 ottobre 2011

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Giorni fa il quotidiano britannico The Guardian si chiedeva se il movimento Occupy London, l'equivalente inglese dei nostri indignati, fosse una protesta part-time e se questo, nel caso fosse vero, cambiasse il senso di quella protesta. Una ricerca, infatti, avrebbe dimostrato che ben il 90 per cento delle tende piantate di fronte alla cattedrale di S. Paolo a Londra rimanevano vuote durante la notte. Alcuni giorni più tardi venivo a conoscenza del fatto che a Roma, a causa dell'inaugurazione di un nuovo centro commerciale, molte persone avevano dormito al di fuori dell'edificio con il sacco a pelo fin dalla sera prima per accaparrarsi le migliori offerte. Senza tende. All'inizio l'istintivo accostamento tra queste due notizie sembrò aprirmi le porte per grandi risposte. Questa sensazione svanì presto.

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Mentre mi avvicinavo con la macchina alla piazza di Santa Croce in Gerusalemme, luogo di ritrovo delle tende italiane, infatti, mi continuavano a rimbalzare alcuni pensieri nella testa senza che ne riuscissi a venire a capo. Mi chiedevo se la presenza fisica nelle tende avesse davvero importanza o se ormai la stessa tenda fosse diventato un simbolo di “occupazione”; avvertivo una certa relazione tra coloro che sfidano la notte per comprare un televisore a metà prezzo e coloro che lo fanno per combattere il capitalismo finanziario ma non riuscivo a darmi una spiegazione soddisfacente. A peggiorare ulteriormente le cose c'era l'orribile luce giallastra dei lampioni romani e un ragazzo che faceva il giocoliere con dei birilli al semaforo per racimolare qualche soldo. Arrivato a destinazione, mi accoglieva una piazza decisamente più viva di quanto mi aspettassi.

C'era gente che suonava, gente che parlava, gente che mangiava. Io mi addentravo come un visitatore rispettabile senza che nessuno mi notasse e mi sedevo nel luogo di ritrovo senza dire una parola. Poco dopo però attaccavo bottone con un ragazzo che mi stava accanto in quanto la voglia di sapere dove stesse andando il movimento degli indignati italiani soprattutto dopo la manifestazione del 15 Ottobre vinceva sull'iniziale timidezza. Fin da subito mi assicurava che nella piazza risiedono stabilmente circa 70 persone e che praticamente tutte dormono lì. Andando avanti però alle mie domande mi iniziarono ad arrivare solo risposte che mi aspettavo. La teoria della cospirazione dominava il suo discorso e ora le logge massoniche, ora i banchieri, ora i partiti erano al centro di un complotto che aveva come fine quello di assoggettare il popolo ad una condizione di schiavitù materiale.

Mentre parlava mi rendevo conto di come uno degli effetti peggiori della crisi che stiamo attraversando è stato quello di aver fatto assumere alle parole un'ombra lunga e minacciosa che nasconde la vuotezza del loro significato. È quello che accade quando si ripete in continuazione un termine: ad un certo punto riesci solo a percepire il suono che questo produce. Parole come “capitalismo”, come “popolo”, come “mercati” erano diventate entità sproporzionate ora mostruose, ora salvifiche che si battevano in un'incessante lotta tra il bene e il male. Nonostante questo e due cani affamati che continuavano a girarmi tra i piedi nella ricerca famelica di cibo mi accorgevo che la nostra conversazione seduti per terra in una notte tanto fredda quanto umida era il nostro piccolo gesto di occupazione. In un'era che è chiamata “della comunicazione”, ma in cui è assente il dialogo, che è definita “dell'informazione” ma che è totalmente priva di opinione, noi avevamo piantato la nostra tenda

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