Dall'assoluzione di Amanda Knox al caso Bonsu a Parma, la sapienza e la cura di chi deve giudicare

di Antonio Carbone — 4 ottobre 2011 — 1 commenti

“C'è bisogno che mandi qualcuno a disporre le pietre per costruire un argine, altrimenti alle prime piogge...” Pietre, argine, prime piogge. Della frase ascoltata sul treno mi rimangono queste tre parole e un verbo: costruire. Da sole queste tre parole e questo verbo sono state sufficienti a lasciarmi intravedere un sapere e un'azione finalizzata alla realizzazione di un'opera. Mentre il treno attraversava la terra piatta dopo Modena, mi è sembrato persino di conoscere il luogo dove si rendeva necessario quell’argine, un paese alle pendici dell'Appennino emiliano di  poche case, e le pietre e le mani dell'uomo che di lì a poco le avrebbero posate ad opera d'arte. Come si diceva una volta. Subito dopo il sapere e l'azione ho pensato, infatti, alla cura necessaria.

Sapere e cura. Tutti i lavori o per meglio dire i mestieri, da quelli domestici, al chirurgo, all'ingegnere, fino al giudice presuppongono queste due condizioni. Solo i politici - sia detto per inciso - possono farne a meno. Senza sapere e cura, invece, un sarto può solo cucire un cattivo vestito, condannandosi a essere considerato, da chi glielo lo ha commissionato, un cattivo sarto. Non c'è discorso che possa giustificare l'errore. O far passare l'ignoranza per sapere. La sciattieria per cura. Rimane solo l'azione maldestra a cui il cattivo sarto può rimediare ripagando il cliente per la spesa e il tempo sprecato.

A distanza di qualche ora, a pranzo, mentre ancora riflettevo su quell'argine, nel ristorante è entrato un ragazzo. Si è avvicinato al gestore che armeggiava dietro alla cassa e gli ha chiesto se poteva lasciargli il suo curriculum. L'uomo gli ha detto naturalmente di sì chiedendogli pure per quale mansione si proponesse: “cameriere o caposala?” Per entrambe, ha risposto il ragazzo che poi, anticipando ulteriori domande, gli ha spiegato che era di un paese della provincia di Aosta, aveva 32 anni e si era da poco trasferito a Parma. Per amore, voglia di cambiare aria o per quale altro motivo? Non lo sappiamo e l'uomo si è guardato bene dal chiederglielo. I camerieri sono una razza speciale: seguono traiettorie tutte loro. Insondabili almeno fino a quando non si riesce a guadagnare la loro fiducia. In tal caso parlano e ti raccontano con dovizia di particolari la loro vita e da quel racconto la cosa che emerge è soprattutto la voglia di conoscere il mondo. “Ad ogni modo – ha aggiunto il ragazzo –  mi può sempre chiamare una sera per una prova e vedere come lavoro”. L'uomo ha annuito ancora una volta, apprezzando la sua disponibilità. In quel rapido incontro il non detto era appunto il sapere e la cura del cameriere che andavano verficati sul campo e non solo declamati secondo la solita formula delle buone intenzioni.   

Intanto in attesa dell''ora fatidica - la sentenza era prevista per le 17 e 30 - ho ingannato il tempo passeggiando per le strade del centro. Faceva caldo come nel resto dell'Italia. La gente sfrecciava in bicicletta ancora a maniche corte. Scollata. E sembrava felice. Parma è una città operosa ma come si sa anche gaudente. Che sa vivere. Quando si pensa a questa città le prime cose che vengono in mente sono il cibo e la musica. Giuseppe Verdi. Io, in verità, pensavo pure a Bertolucci.

Da quello che si poteva notare per strada, non appariva affatto come la città descritta dai giornali. E' vero sì, giovedì scorso c'era stata una manifestazione in piazza dopo che il Sindaco si era dimesso in seguito all'inchiesta che aveva coinvolto diversi esponenti della giunta, ma roba da poco. Bollata dalla donna con cui mi era intrattenuto a parlare quella stessa sera come “le solite pagliacciate di quelli dei centri sociali e dei radical-chic”. Insomma, a distanza di pochi giorni,  almeno allo sguardo superficiale di chi passava per il centro, la città aveva ripreso il suo tran tran da provincia opulenta capace di assorbire bene qualsiasi colpo.  E che colpo! Dopo il crack della  Parmalat, c'era stato il caso Bonsu a farla tornare sulle pagine della cronaca nazionale. Tre anni fa all'interno di un parco un ragazzo ghanese - Emmanuel Bonsu - era stato stato scambiato dai vigili urbani impegnati in un'operazione antidroga per il palo di un pusher  e, secondo l'accusa, pestato proprio da quest'ultimi. Motivo per cui da  un anno si stava celebrando un processo la cui sentenza, appunto, era prevista per le 17 e 30.

Continuando a girare è stato naturale a quel punto pensare persino al Presidente della Corte  presso la quale si era tenuto il processo. Essendo una corte monocratica, era da solo a giudicare. Senza il conforto dei giudici popolari o dei giudici a latere. Sarebbero state sufficienti quelle cinque ore - l'udienza era terminata alle 12 e 30 - per sciogliere gli ultimi dubbi? Si narra che nella penultima udienza e cioé venerdì, alla fine della requisioria degli avvocati della difesa, abbia approfittato della pausa del pranzo per fare un'ulteriore sopralluogo al parco. Scrupoloso, dall'aria apparentemente bonaria e sorniona, solo stamattina è apparso teso. Delle gocce di sudore gli imperlavano la fronte e non solo per il caldo.  Si tratta solo del primo grado. Sicuramente ci sarà un appello e persino un ricorso in Cassazione in cui il giudizio potrà ancora essere ribaltato. Questo è il massimo che ci possiamo concedere per arrivare alla verità processuale, avrà pure pensato sforzandosi di essere il più distaccato possibile.

In ogni caso, alle 17 e 30 in punto è arrivato e ha pronunciato il suo verdetto con voce sufficientemente ferma e sicura in un' aula più affollata del solito ma lontana dalla ressa in cui nello stesso momento, a Perugia, si attendeva la sentenza del processo Meredith. Il resto sono “dettagli” che per la parte lesa ha significato la soddisfazione di aver avuto finalmente giustizia e per gli imputati chiaramente la delusione per la pena inflitta che è stata particolarmente severa.

Il tutto è durato non più di dieci minuti. Dopo il Presidente ha sciolto l'udienza e le persone a poco poco si sono avvicinate all'uscita. Nel vuoto dell'aula - una vecchia chiesca sconsacrata sulla cui parete centrale campeggia ancora un crocefisso gigante -  alla scritta “La giusitiza è amministrata in nome del popolo” diversa dalla più comune “La legge è uguale per tutti”, sembrava che mancasse qualcosa. Con sapienza e cura sarebbe forse il caso di aggiungere.      

 

 

Commenti

  1. Scritto da Vincenzo 6 ottobre 2011 alle 12:11

    Ciao Antonio, รจ sempre un piacere leggerti!

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