Sir Alex Ferguson a Tor Vergata, il premio Etica, la slealtà di Mourinho, il Barcellona di Guardiola e l’odore d'erba

di Matteo Sarlo — 5 settembre 2011

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Sir Alex Ferguson all'univerisità di Tor Vergata. Quello che in altri tempi sarebbe stato un vasaio paziente, un modellatore, oggi è allenatore da un tempo infinito della squadra campione d’Inghilterra, il Manchester United. Nato a Govan, Scozia, ritira il premio Etica nello sport. Il primo a vincerlo, nel 2002, è stato Damiano Tommasi, ora presidente dell’associazione italiana calciatori. Nella commissione, tra gli altri, Dino Zoff, Claudio Toti, presidente della pallacanestro Virtus Roma e Gianni Petrucci, presidente del Coni. Il luogo è l’auditorium Ennio Morricone. Della facoltà di Lettere e Filosofia. Al momento di ricevere il premio ha detto che "il calcio internazionale va avanti a cicli" e che ora a noi tifosi italiani ci tocca sopportare, "ci sono stati momenti importanti per il calcio italiano. Ora questo ciclo è cambiato con l'ascesa delle grandi squadre spagnole. Il calcio inglese? Sta attraversando un buon momento, spero prosegua".

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Sabato mattina, due giorni prima, le nuvole, a Roma, erano già quelle semigrigie di Manchester. Come fossero cuciture di una sarta che, lungimirante, prepara il vestito adatto per la cerimonia futura. In mezzo agli schizzi di innaffiatori appiattiti tra i ciuffi d’erba la scritta Facoltà di Lettere e Filosofia. La facoltà disabitata, così lontana dal centro della città. Solo asfalto e indicazioni stradali. Niente fotocopie equilibriste sul braccio piegato o matite di ragazze tra i capelli mossi. Se non fosse stato per l’uomo addetto alle pulizie. Pareva di camminare dentro uno spogliatoio prima che inizi il campionato. Una visita di perlustrazione, di attesa.

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Una salitella e un giro a sinistra. Sulla destra una statua moderna. Le gambe lunghissime la avvicinano a un fenicottero immobile. Poi ho tirato dritto. Entrato, ho visto subito la scritta Auditorium Ennio Morricone. Sul cartello il viso dell’ospite atteso, Sir Alex Ferguson. Nella foto, ha un’aria da persona ordinata, quasi provinciale nell’ingenuità di quel mezzosorriso. Come avesse studiato tutto il giorno la posa per la foto, che si stesse controllando per tenere le spalle dritte, per poi rinunciarci e abbandonarsi a se stesso. Come viene viene. Come non fosse lui che allena da 24 anni consecutivi il Manchester United e non fosse lui ad aver vinto 12 campionati e 2 Champions League. Come non fosse lui ad aver finto 3 volte il Premio Onze come migliore allenatore europeo dell’anno. Come non fosse la sua squadra che nelle prime tre partite di quest’anno ha già segnato 13 gol. E, ora, Il premio Etica nello sport. Un riconoscimento più morale, che tecnico.

Non so se abbia senso un giudizio di valore per un allenatore di calcio. Non so se abbia senso innestare la morale così in superfice- lo sport. Pure se si tratta di Alex Ferguson. Accostare un esercizio, una pratica di vita, un’ascesi in alcuni casi, ad un comportamento semplicemente corretto non è, al contrario, la spia e il segnale di svuotamento di significato della parola (etica), e non solo della sua, eccessiva, facilità d’uso? Non è, forse, una schizofrenia semantica che si sposta orizzontalmente e che ci porta a vedere Ferguson come esempio etico e (forse) Mourinho come il decostruzionista, distruttore di ogni valore che, machiavellicamente, segue non il criterio del giusto ma dell’efficacia e dell’efficienza?

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È sicuramente vero che mentre l’uno, Ferguson, è sempre stato galante, impeccabile persino nella sconfitta, come quando la notte del 28 maggio 2011, dopo aver perso la Champions League contro il Barcellona di Guardiola, ha dichiarato di essere stato sconfitto meritatamente dalla squadra più forte, deluso come il padre che ammette, con lo sguardo verso il basso, al figlio di aver compiuto un passo falso, l’altro, Mourinho, trascina sempre fuori le sue colpe, si dimena come il ragazzo bocciato, e affascinante, della classe, arrivando a mettere un dito nell’occhio, dopo l’ennesimo trofeo perso, del secondo allenatore proprio della stessa squadra, il Barcellona, che ha battutto anche il Manchester.

Ma bastano questi comportamenti per ricorrere alla dimensione dell’Etica? Oppure potrebbe suonare più come un campanello d’allarme, per noi, di un quadro più generale; conferire il premio Etica nello sport non è, proprio quest’atto, il segno di uno svilimento della morale, in un sistema politico come quello italiano, passando proprio per lo slittamento del campo di applicazione della parola?

Sicuramente, per Ferguson, non è un problema. E se in un auditorium difronte a studenti universitari potrebbe sembrare un poco impacciato, fuori luogo - lui non insegna ai ragazzi che lo hanno ascoltato - il prossimo sabato 10 settembre, nello stadio del Bolton, sarà nuovamente vicino alla riga bianca del campo ad annusare l’odore acuto dell’erba mentre nel pomeriggio inglese i Reds usciranno dagli spogliatoi.

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