Roma Cagliari 1-2, la lunga estate calda di Luis Enrique e il tempo del destino

di Federico Pace — 12 settembre 2011

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La prima domenica di campionato è appena trascorsa e Luis Enrique pare ritrovarsi già alla resa dei conti con il suo destino. L'allenatore-atleta che doveva portare a Roma il calcio del futuro, sembra già il protagonista di un dramma di William Shakespeare. Un uomo alle prese con lo spietato volto delle cose della vita. Tutto era iniziato bene. Alle due, il prato era verde e il cielo azzurro. I tifosi stavano seduti allo stadio in attesa della partita. La Roma contro il Cagliari. Faceva caldo, ma tutto sembrava quasi perfetto. Qualche spruzzo d'acqua sul campo per tenerlo bagnato. I giocatori che entravano in campo, accolti dal ruggito dei tifosi, a fare riscaldamento. L'attesa per la prima partita di campionato, la stessa che si ha per le belle cose che devono cominciare e che si pregustano con stupore e ottimismo.

Poi sono entrati i giallorossi. Lo speaker li ha chiamati uno ad uno. La folla ha risposto. Molti hanno cercato con lo sguardo Luis Enrique, l'asturiano convinto di se stesso e delle sue idee. Solo dopo un poco sono riusciti a metterlo a fuoco. Più piccolino e magro di quanto era sembrato fino ad ora, stava in giacca e camicia. Tutte e due sono parse di una taglia più grande. Senza la sua tuta, senza la maglietta sportiva, senza le scarpe da ginnastica, senza gli occhiali da sole che indossa per seri motivi di salute, è sembrato fragile. Molto diverso dall'allenatore-atleta che non ha dubbi che avevamo intravisto negli allenamenti di questo inizio di stagione.

I giocatori hanno cominciato a fare girare la palla. Ma tutto andava lento. Incredibilmente lento. Sì Pianjc ha un bel piede e una visione matura di calcio. José Ángel è quasi un'ala d'altri tempi e Heinze è un'ostinato difensore che non si lascia superare tanto facilmente. Ma là davanti, in attacco, nessuno pare capace di prendere la palla e infilarla in rete. Sugli spalti c'è materia per gli studiosi di linguaggio. I tifosi non smettono mai di lamentarsi, suggeriscono cosa fare al calciatore con la palla, imprecano contro il difensore che sulla fascia non ha fatto l'ennesimo scatto. “Quello non sa fare niente. Quello deve stare a casa”. Non incitano. Piuttosto, preferiscono asserzioni e verità assolute.

Il primo tempo è finito senza alcun sobbalzo. Sui gradoni facevano su e giù quasi ansimando, i ragazzi che, con le borse piene a tracolla, vendevano le bibite e i gelati. Gli spettatori ne hanno comprate un'infinità. Una bottiglietta d'acqua, a seconda del ragazzo che riesci a incrociare, può costare due euro o due euro e mezzo. Le insondabili leggi del mercato delle bevande da asporto. C'era un'umidità quasi opprimente, ma comunque stare qui ti faceva pensare al sollievo e alla leggerezza e, quasi per contrasto, si pensava a chi stava costretto dentro una stanza e a chi non può uscire e godersi una giornata così.

Le squadre poi sono rientrare. I giocatori di Luis Enrique sono sembrati allora più sicuri e vivaci. Una decina di minuti, forse di più. Anche l'asturiano, nella sua giacchetta, deve avere sperato. Forse questa volta ce la facciamo. Ma lì, in attacco ciascuno sembrava alle prese con i dilemmi della propria vita. Bojan, il ragazzino triste di Barcellona, è parso sempre malinconicamente riandare a una delusione d'amore. Totti, il grande genio del calcio romano, voleva fare di più ma sentiva i morsi del tempo che continua a trascorrere severo anche per lui. E Osvaldo pareva soffrire per quella consapevolezza taciuta che riscopriva ancora una volta: non essere un campione. Quasi un brocco.

Alla fine il Cagliari ha pure segnato. Un gol. Sempre Daniele Conti. Poi c'è stata l'espulsione di José Angel. Poi il gol annullato a Borini con il ruggito dello stadio rabbioso e sollevato che non aveva capito che era in fuori gioco. Poi l'altro gol del Cagliari. Quasi la condanna definitiva. Alla fine, oltre il minuto di recupero, De Rossi ha segnato il gol del due a uno. Luis Enrique però non ha esultato. Nella sua giacca ampia, da uccello inquieto, è parso ancora più remoto e solo. Il destino sembra già aspettarlo senza volergli concedere il sollievo delle cose quotidiane e routinarie. Il tempo sembra già finito. La vita, anche in questo luogo di gioco e sollievo, sembra già essere divenuta spietatamente shakespeariana.

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