La manovra passa al Senato, l'Iva, la Casta, i momenti amari di Gianni Letta, l'apparizione di Dell'Utri e i tafferugli
La manovra finanziaria è passata al Senato. I favorevoli sono stati 165. I contrari 141. Tre, gli astenuti. Silvio Berlusconi non si è presentato. D'altronde qualcuno ancora sospetta che sia un uomo di Stato? Qualcuno ancora crede che faccia davvero parte delle istituzioni e sia un primo ministro che si prende carico di quel che sta accadendo? Macché. Lui è un Faraone. Invecchiato e impaurito. Ricattabile e generoso certo, ma pur sempre un Faraone. E il Senato può aspettare. In fondo per lui la crisi non c'è mai stata, almeno fino a un paio di settimane fa, quando la Bce lo ha obbligato a rimangiarsi tutto. Lui che fino a quel momento aveva detto che le borse erano un “orologio rotto” e che bisognava comprare le azioni delle sue aziende.
La seduta è andata in scena con tutto quello che ci si aspettava. Quelli della Lega, dai loro scranni di Palazzo Madama hanno parlato ancora, senza rendersi conto di quanto suonino vecchi e stantii i loro slogan, delle “cricche dello Stato”, del “centralismo di Roma”, del fatto che il “Nord non è più disposto a pagare per tutti”. Se non fossero veri, e non riguardassero tutti noi, verrebbe da sorridere, verrebbe da considerarli protagonisti di qualche rappresentazione surreale. Ma così non è.
Maurizio Gasparri, che ogni volta ci fa stupire di come si possa divenire capo gruppo di un partito politico al Senato, ha mostrato il suo volto da ragazzo perennemente indietro con gli studi. Ha pronunciato orgoglioso i suoi slogan. Sempre alla ricerca dell'applauso. Ha letto degli appunti con foga. Ha improvvisato, ha cercato la frase a effetto, ha inseguito la provocazione. Ha agitato le braccia, infilato e sfilato gli occhiali. Ha sfiancato la sua voce fino a arrochirla come uno strillone di piazza. Ha continuato a mettere a confronto le “perfette” idee dell'esecutivo con gli errori dell'opposizione che, a suo dire, avrebbe dovuto apprezzare la “capacità di dialogo del governo”. Ha parlato di una manovra per lo sviluppo. Facendo finta di non sapere, o non sapendo, che l'aumento dell'Iva in un momento di crisi, per dirne una, finisce per penalizzare ancora di più i consumi. Se quel che si è visto ieri al Senato non fosse vero, se non riguardasse tutti noi, verrebbe da sorridere.
Ma forse sono state altre le cose più emblematiche di questo governo sfiancato da se stesso, dagli interessi privati e dalla propria pochezza. La prima è arrivata da Gianni Letta. Sempre ostinatamente all'opera per apparire neutro, di ghiaccio e imparziale, l'opposto di quello che è. Aveva un volto tirato e cupo. Quasi come quello del suo leader a cui presta il fianco da sempre. Labbra strette, occhi fissi e capelli cortissimi. A un certo punto, Letta ha tirato fuori una di quelle frasi che sono buone solo per gli oroscopi. Frasi che non dicono nulla e contano sulle interpretazioni degli altri. Ha detto che il “momento che attraversiamo ci vede vivere settimane difficili e amare”. Ma che vuol dire Gianni Letta? Per colpa di chi ci troviamo a vivere settimane così amare? Quali sono le ragioni di quel che stiamo vivendo? I politici devono spiegare ai cittadini quello che accade, devono anticipare i fenomeni, introdurre regole per combatterli e portare al di là della “tempesta” i cittadini.
Ma forse ancor più rivelatore è stato quanto è accaduto verso la fine della seduta. Proprio verso la fine del voto. Saranno state quasi le otto, quando il presidente del Senato, Roberto Schifani, ha cominciato a rileggere i nomi di chi non aveva risposto al primo appello. E' a quel punto che ha chiamato “Dell'Utri”. Qualcuno ha risposto “assente”. In fondo sarebbe stato meglio. Un uomo condannato in secondo grado. Non era opportuno. Invece no, a un certo punto, Marcello Dell'Utri è apparso lì, proprio dove si vota. La giacca abbottonata e la mano destra in tasca. Ha fatto pochi passi e ha votato. Ovviamente, ha votato la fiducia. Lui, è un uomo che non tradisce. E poi, il Faraone è stato generoso anche con lui. Non desta sorpresa che poco fuori il Senato e vicino palazzo Grazioli, allora sono andati in scena i primi tafferugli. A questo punto viene solo da chiedersi se è la legittima insofferenza che prende forme sempre più inquiete o se è l'ennesimo tentativo degli uomini di potere di alimentare il caos e delegittimare chi si oppone a questo sistema immobile e torbido.
- DIARIO DA PALAZZO GRAZIOLI: leggi le puntate precedenti
- LA MANOVRA AL SENATO: il resoconto stenografico della seduta del 7 settembre 2011
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da vittorio — 8 settembre 2011 alle 09:48
LESERCITO DI SILVIO B
Il primo cavaliere è SB rappresenta la Pestilenza
Il secondo la Russa la Guerra
Il terzo Tremonti la carestia
Il quarto Bossi la Morte
Dalema l’Angelo Nero che li accompagna nell’ombra
IL POPOLO
Anime sospese
le ho viste aggirarsi in tutte le stazioni
in cerca della loro identità perduta
vita vissuta ai margini della dignità imposta da una società malata
Priva di amore verso i più umili che stanchi di lottare si sono arresi
assistendo impassibili alla vita che non gli appartiene più
Vita ricercata nella folla frettolosa schiava del tempo che passa veloce
come fossero automi taluni offrono una moneta
tenendo in vita queste anime sospese condannate a fare da specchio a tutta l’umanità. (A. VITTORIO)
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