La Fontana del Moro di piazza Navona, il vandalo, le copie e l'uomo con la carriola di Žižek

di Federico Pace — 4 settembre 2011

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Ieri un uomo sulla quarantina verso le otto e trenta del mattino ha scavalcato la ringhiera della Fontana del Moro a piazza Navona, ha fatto pochi passi nell'acqua e ha deturpato un mascherone che orna il bacino in marmo di portasanta. Con un sasso gli ha mozzato le alette vicino alle orecchie e se ne è andato rapido con le scarpe zuppe d'acqua infilandosi, probabilmente, in uno dei tanti vicoli che scorrono da queste parti come gole etrusche. Se l'è filata senza che nessuno lo fermasse. A quell'ora, forse, era troppo presto persino per la vigilanza. Pare che sia stato un turista a prendersi la briga di fare una telefonata per dire quel che aveva visto.

Questa mattina davanti alla Fontana del Moro ci sono molti turisti. Sono arrivati, dopo avere fatto una colazione confortevole in albergo, per vedere le alette mozzate e parlano solo di quello. Del vandalo e di quel deturpamento. Il volto della maschera ora pare stupefatto e sorpreso di quel che gli hanno fatto e sembra sospeso in una posa quasi imbarazzata. Una donna si domanda se sono riusciti a prendere il tipo che ha combinato il misfatto. “Le immagini dell'uomo ci sono, quelle della telecamere, le ho viste alla tv. Ora lo devono prendere”. L'aria è umida, si aspetta che piova, si aspetta un po' di sollievo. La gente gira in tondo, scruta ogni elemento del gruppo marmoreo che rappresenta un etiope ("il Moro") in lotta con un delfino come nessun turista aveva mai fatto prima. La fontana del Moro, in fondo, quella vicina a corso Vittorio Emanuele, è ben più piccola e meno nota di quella centrale, quella dei Quattro Fiumi, così maestosa e piena di storie.

“Alla fine, hai visto, il vandalo, ha fatto il bene di questa piccola fontana”. Così dice uno che sta lì fermo con due cani e parla con un amico. Finora quasi nessuno ci si fermava vicino e si metteva a scrutarla con l'attenzione di oggi. Fino ad ora erano quasi solo i piccioni a fermarsi sulla testa dei titani. E anche loro lo facevano solo per cercare un po' di fresco. Qualcuno si chiede come mai la sorveglianza sia stata così lenta. Questa piazza è un simbolo di Roma. Ma che vuoi chiedere, ai potenti interessano altre cose.

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Ma in fondo quel mascherone, dice uno, “era solo una copia”. Già perché il monumento danneggiato è solo una copia realizzata da Luigi Alici nel 1874. L'originale sta da tutta un'altra parte. “Chissà se lo sapeva il vandalo!”, sbotta ridendo un altro. Già, forse neppure lui ne era a conoscenza. In fondo forse non lo sa neppure il ministro Giancarlo Galan che a chi gli ha chiesto se si poteva fare di più per difendere queste opere, ha riposto, con una sincerità disarmante che denota il pragmatismo bidimensionale di questa classe politica, che “non abbiamo i fondi per tenere aperti i musei, figuriamoci per allestire un apparato di sicurezza”.

Più passano i minuti e più aumenta la folla delle persone che si aggirano curiose intorno alla fontana. Una bambina si siede proprio sulla ringhiera di fronte al mascherone mutilato e non si vuole più spostare. Si sente osservata e si bea di quella condizione che forse nei giorni normali gli viene negata. Più di uno si chiede “ma perché l'ha fatto?”. E' legittimo. Anche sui giornali molti hanno cercato di spiegare le ragioni di un gesto di questo tipo. Molto hanno ricordato tutti gli atti vandalici del passato. Il geologo australiano Lazlo Toth che ha colpito con un martello La Pietà di Michelangelo a San Pietro. L'uomo che ha gettato del liquido infiammabile sulla Madonna di Foligno di Raffaello ai musei Vaticani o i vandali che hanno preso a martellate la Navicella di Villa Celimontana del Sansovino.

Qualcuno ha ricordato la sindrome di Michelangelo. Sembra che il Genio percosse con un martello il Mosé, dopo avere completato la statua, perché colto da una sorta di nevrosi (avrebbe addirittura chiesto alla statua “perché mi guardi e non favelli?”). Forse però le ragioni neppure ci sono. E il gesto compiuto dal vandalo della fontana del Moro, non vuol dire nulla di più di quello che è. Viene in mente la barzelletta ripresa da Slavoj Žižek in occasione degli atti di vandalismo dei giovani londinesi per sottolineare come giornalisti e sociologi si sono affannati a cercare spiegazioni complesse a un fenomeno che non ne aveva. “C'è una vecchia barzelletta su un operaio sospettato di rubare – ha scritto Žižek - tutte le sere quando esce dalla fabbrica gli perquisiscono minuziosamente la carriola. Le guardie non trovano niente, la carriola è sempre vuota. Alla fine si scopre l'inganno: l'operaio sta rubando proprio le carriole”.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) e di racconti di viaggio su Giro in Italia (Touring Club Italia), @FedericoPace_

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