L'Italia declassata da Standard and Poor's, la paura del debito italiano e l'attesa alla fermata dell'autobus
Ora Standard and Poor's ha declasssato il rating dell'Italia. Sui giornali si legge che nel nostro paese ci sarà una “crescita indebolita". Gli anonimi autori del rapporto dell'agenzia sull'Italia, con le loro parole asettiche e cloroformizzate, scrivono che “la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all'interno del Parlamento continueranno probabilmente a limitare l'abilità dell'esecutivo a rispondere con decisione a un difficile contesto macro-economico interno ed esterno”. Non citano gli scandali, non dicono delle relazioni tra il premier e le tante discutibili figure, ma fanno intendere che sanno. La coalizione di governo è fragile e l'esecutivo ha un'abilità limitata. Sembra la cartella medica del Faraone invecchiato, dell'uomo in declino che si vanta di quel che non può più fare o che fa solo grazie agli artifici del denaro e degli "aiuti" di sostanze miracolose.
E' mattino a Roma, e dalle radio accese nelle automobili escono le notizie sugli andamenti della borsa. "Piazza Affari", dice il giornalista quasi beandosi di una certa cripticità terminologica, “ha aperto in territorio negativo per poi virare in positivo”. Chi è alla guida, precipitosamente, gira la manopola alla ricerca di una melodia che dia sollievo. Va bene, deve pensare, anche una canzone d'amore, purché non sia questa roba. Ma anche nei bar sono accese le televisioni. Anche di prima mattina. La ragazza al bancone, la stessa che prepara i panini, sente distrattamente le parole di Berlusconi che arranca a fatica in quella sua attività da primo ministro “a tempo perso.”
Per strada l'aria è fresca. Anche in centro. Anche a piazza Venezia. Quasi, per una volta, non importa dello smog. Tanto è il sollievo dopo l'afa infinita. Qualcuno proprio davanti al palazzo sede della banca Bnl Paris Bas discute sui titoli di Stato. “Io ne ho poche migliaia di euro, ma ora comincio ad avere paura. Che devo fare?”. E' una donna. Con lei ci deve essere un collega di lavoro. Qualcuno che forse in altri giorni deve aver dato l'idea di intendersene. Ci si vanta sempre quando non costa nulla. Ma questa mattina sembra avere dei dubbi anche lui. “Uhmmm...” Ci pensa un poco, e poi confessa tutta la sua impotenza di cittadino alla finestra: “Non so che dirti, i rischi ora sono più concreti. Aspetta un altro poco”.
Ecco, aspetta un altro poco. Così sembrano dire tutti. Aspetta un altro poco. Che poi le cose si aggiustano da sole. Anche nei volti di chi oggi è alla fermata dell'autobus pare di vedere la preoccupazione e la rassegnazione di chi rinvia ancora. Come se tutti avessero dimenticato gli slanci di quando, solo qualche mese fa, gli era stata data la possibilità di votare di nuovo e dire la propria. Aspetta un altro poco, dicono tutti. Ma cosa aspettano?
- DIARIO DA PALAZZO GRAZIOLI: leggi le puntate precedenti
- IL RATING DELL'ITALIA: la notizia del declassamento sul Guardian
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