L'Alba del Pianeta delle Scimmie, il Barberini, Andy Serkis e il modo in cui tutto ha inizio
Non vado al cinema con mia madre da anni. La scelta del film, L’Alba del pianeta delle scimmie, prequel del quasi omonimo film del 1968, ha a che fare, ho pensato, con la raccolta di tutti i film della saga Il pianeta delle scimmie, regalatomi da mio zio un Natale di non so quanto tempo fa. È la prima volta che torno al cinema Barberini dopo la chiusura per ristrutturazione. Sono curioso di capire cosa ci sia di diverso, nella speranza da carta regalo che non siano stati lavori di struttura, non solo almeno, nella loro stabilità nascosta di radici sotto l’asfalto, ma estetici, unicamente scenici e confortanti.
Mia madre ha già comprato i biglietti e, così, entriamo subito. Nell’ingresso, nulla è cambiato. Sempre la stessa biglietteria. Sempre lo stesso bancone per pop-corn e coca cola. Sempre la stessa PlayStation3 appoggiata al muro. Il film è nella sala due. L’odore di plastica delle poltrone nuove, qui sì, mi fa pensare ai cassetti infiniti delle farmacie. Una fila di poltrone è diversa dalle altre. Più larghe, più robuste. Penso che potrebbe essere la business class per il riposo di chirurghi dopo l’operazione.
Il film, diretto dal regista Britannico Rupert Wyatt, prova a spiegare le origini, le cause, la nascita del mondo alla rovescia in cui, nel film che ha fatto storia, Charlton Heston è catapultato con gli uomini-animali nelle gabbie e le scimmie con le chiavi in mano. Will, James Franco, ricercatore per un’azienda farmaceutica di San Francisco, lavora su una cura, l’ Alzh112, per invertire l’invecchiamento delle cellule celebrali. Per curare l’Alzheimer, e suo padre. Lo testa sulle scimmie ma ci sono effetti collaterali.
Di nascosto dall’azienda, Will, non avendo il coraggio di uccidere l’ultimo piccolo, lo porta a casa con sé e con il padre. Gli assegna anche un nome, Cesar, ispirati dal Julius Cesar di William Shakespeare. Cesar, interpretato da Andy Serkis, Gollum ne Il Signore degli Anelli, cresce e diventa un adolescente. Mangia a tavola e indossa pantaloni con la cinta. Diventa umano. Il farmaco scoperto da Will pare curare il padre e rendere nettamente più intelligente Cesar. Il quadro si chiude nella visione di una famiglia felice con il padre ritrovato e l’ingresso di Caroline, Freida Pinto, la Latika di Millionaire, infermiera di Cesar e, da ora, ragazza di Will. Ma la cornice aurea è destinata a smembrarsi presto.
Il film dura 105 minuti. Ma alla tensione psicologica di Charlton Heston, alla lobotomia simbolica dell’amico, nel film di Franklin J. Schaffner, operata dalle scimmie, pare sostituirsi, nel prequel di Rupert Wyatt, la narrazione, singolare, di una scimmia intelligente. Seppure sembra non esserci, ora, nessuna inquietudine mentre vedi uno squadrone di scimmie che, strategicamente, elimina la polizia di San Francisco, seppure lo sforzo verso l’universale -la critica all’uomo che finisce per eliminare se stesso- sembra, forse, troppo debole, il film vive della propria autonomia. Non si appoggia ai precedenti come sola debole eco. Ma ne è indizio. E sei lì, nella poltrona gonfia come il pallone al primo rimbalzo, che vuoi capire in che modo tutto sia iniziato. Come lo storico che cerca la genesi, la scintilla, la causa scatenante, della rivoluzione bolscevica. O come uno Sherlock Holmes che ripercorre le fila dell’evento accaduto.
Alle otto e un quarto, anche fuori continua il buio da sala cinematografica. Nel riflesso delle porte del vagone della metro mi pare di rivedermi con indosso la felpa verde con la zip che era la mia preferita, quando avevo retto tra le mani il parallelepipedo incartato e avevo alzato lo sguardo per guardare mio zio, dopo aver letto Il Pianeta delle Scimmie, Edizione Speciale. Ma è solo un attimo. Il vagone arriva alla fermata, le portiere si aprono e la luce manda in frantumi l'esile visione.
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