I neutrini più veloci della luce, i resti di un pasto sconosciuto, Einstein e il mistero della sera

di Federico Pace — 24 settembre 2011

I neutrini sono riusciti a andare più veloci della luce di sessanta nanosecondi. L'inatteso risultato sarebbe avvenuto negli abissi pietrosi del Gran Sasso lungo un viaggio di oltre settecento chilometri. Il tempo di percorrenza è stato determinato con un'accuratezza di meno di dieci nanosecondi. A Roma, su una panchina, davanti alla Basilica di San Giovanni, una coppia sta in silenzio. I due guardano l'orizzonte. Dei cumulonembi si espandono misteriosamente davanti ai loro occhi mentre le vetture, minute e argentate, si ostinano nei loro giri terreni. Dei neutrini, neppure loro due sanno nulla, ma anche loro, in quelle pose silenziose, sembrano presi da interrogativi superiori alle loro forze.

Qualcuno ha provato a spiegarci che quel che è accaduto ha un'importanza rivoluzionaria e che rimetterebbe in discussione il quadro pensato da Albert Einstein per giustificare i comportamenti delle forze che insistono nel mondo. Ma non riusciamo a comprendere di cosa si tratti. Neppure le idee di Einstein siamo riusciti ad afferrare fino in fondo. Il fisico italiano Antonio Ereditato, responsabile dell'esperimento, ha detto che "il potenziale impatto sulla scienza è troppo grande per trarre conclusioni immediate o tentare interpretazioni”. La fisica, per capire di più, cerca di mettere le mani nelle tasche buie del cappotto dell'universo, ma le briciole che riesce a raccogliere sono resti di un pasto sconosciuto, residui di una vita che continua a accadere in altrovi inaccessibili.

Sulla panchina, i due rimangono a guardare lo spazio mentre la sera prosciuga la luce. Forse sono una coppia che sta insieme da tempo. Tra loro non c'è neppure bisogno di dire qualcosa per riempire il silenzio. Paiono entrambi indifesi. La sera è così, arriva e pare mostrarti di nuovo il mondo per quello che è: non un luogo domestico e comprensibile ma uno spazio inspiegato e misterioso, un cumulo pietroso su cui, per un sortilegio arcaico, la vita ha preso forma e si è trasformata.

Poi la luce, inspiegata anch'essa, è scomparsa e è arrivata la notte. I due, lontani dal fresco del marmo della panchina, negli abissi delle loro lenzuola, con ancora negli occhi il rosa delle nubi, avranno cercato un piccolo pertugio d'amore per tollerare l'inspiegato pulsare del tempo che intanto, in ogni istante, senza neppure concedere un perché, continua a trasformare ciascuna delle infinite cellule che danno forma ai nostri misteriosissimi e inspiegati corpi.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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