Carnage, Roman Polanski, Kate Winslet, il Nuovo Cinema Olimpia e la stanza chiusa della logica
Pago due biglietti per l’anteprima di Carnage, film del regista polacco Roman Polanski, in concorso alla sessantottesima edizione del Festival di Venezia. Il caldo da moquette che si sente per strada fa sperare nell’aria affilata dei condizionatori della sala. Conclusa la fila, si rimane delusi, il caldo è ovunque. Lingua originale con sottotitoli. Il film fa parte del programma “da Venezia a Roma”. Al Cinema Olimpia non ci sono numeri, solo lettere: sala A. tutto esaurito alle 20.40. Da venerdì, è in 370 sale italiane. Primo paese in Europa.
Dopo The Ghost Writer, Polanski narra una storia esile, brachilogica, la diresti un epitaffio, con una premessa; due bambini litigano in un parco a Brooklyn. Il bastone nella mano di uno e due denti rotti. Fine della premessa, passano ancora i titoli di testa. Dopo, solo una stanza, quella dei genitori della “vittima”. Penelope e Michael Longstreet, lei scrittrice e lui venditore di sciacquoni e maniglie (Jodie Foster e John C.Reilly), invitano nel loro salotto i genitori del “criminale”, Alan e Nancy Cowen, uno avvocato di successo e l’altra Broker finanziario (Cristoph Waltz e Kate Winslet). Di qui non si uscirà. Sorrisi, caffè, una torta. Due divani. Ammiccamenti. La volontà di chiarire l’accaduto. Ma qualcosa non funziona. E più che una delucidazione, uno schiarimento d’alba, ne viene fuori un’eclissi.
Il legale prende una chiamata dietro l’altra. Kate Winslet vomita la torta, mangiata poco prima, sui libri d’arte di Jodie Foster -bastano pochi dettagli per far saltare gli equilibri, cambiare le alleanze. Una borsa buttata per terra. Un cellullare rotto. Un libro di Francis Bacon rovinato. Il regista, a prima vista, pare suggerire che l’uomo non è affatto un animale sociale, non è portato all’altruismo ma solo alla propria autoconservazione. Un egoista per essenza, un altruista per sovrastruttura. E che ogni tipo di civiltà, di un popolo come di un uomo, è solo un artificio, un’illusione fabbricata per mascherare l’orrida verità: la storia degli uomini, e di ogni popolazione, non è altro che la lotta, egoistica, per la sopravvivenza.
Vicino a me una donna anziana dorme come un affresco di chiesa, aiutata anche, forse, dall’aria da centro commerciale del condizionatore, interrotta solo dalle fragorose risate dell’uomo davanti che, come un fiume, strabordano lo spazio taciuto concesso ad ognuno per ridere in pubblico. Perché il film fa ridere da morire. Ma sono le risa di chi vede cadere un bambino con la bicicletta- e il ginocchio sbucciato. Automatiche. Ma ciniche. All’improvviso l’idea arriva: sono anche io in una stanza.
L’opera, ad ogni modo, infinito serbatoio di interpretazioni, ci dice qualcos’altro ancora. Il problema non è la finzione delle strutture sociali, borghesi, dietro le quali si muovono individui narcisisti che mirano solo a sé, ma l’impossibilità, wittgensteiniana, della definizione; risalire, come si trova a urlare Kate Winslet, ormai ubriaca, le cause, cercando di chiarire e specificare, complica e ingarbuglia e intrica e accende la tensione. È negli abissi da oceano della specificazione che non si capisce più nulla. E più ci si addentra, più si capisce di non capire nulla. E ognuno dei quattro continua nella propria perfezione logica da nodo di cravatta ad intessere le proprie proposizioni. Coerenti. Nessuno personaggio che cede una scheggia di pietas all’altro.
Risalendo alle cause non se ne esce. Forse perché, come Ludwing Wittgestein stesso ha capito nell’intervallo di tempo tra la stesura del Tractatus e le Ricerche filosofiche, pubblicate nel ’53, c’è qualcosa di più fondamentale della logica. La logica non si occupa del mondo perché si occupa del necessario. Il mondo è precario, una goccia appesa al becco di un lavandino. La logica - e forse è questo il motivo per cui Penelope, Nancy, Alan e Michael, non escono dal proprio salotto - si occupa solo di sé. Non svela nessun nuovo mondo, semmai comanda l'ordine, l'unità, tra la molteplicità dei mondi conosciuti. Le due coppie non spiegheranno mai il perché della lite tra i figli. Perché forse, proprio il “ché”, è la nostra più grande fascinazione e il nostro artificio. È la nostra stanza.
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