Il ritorno in ufficio, l'ingorgo di Porta Maggiore, la misteriosa basilica sotterranea e la fortuna di rimanere se stessi

di Federico Pace — 29 agosto 2011

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Ecco qui. L'estate è finita. Intorno a Porta Maggiore, su Piazzale Labicano, già si aggruppa la folla che torna in ufficio. Qui, dove convergono la Prenestina e la Casilina, si incrociano i destini di tutti. Quelli che prendono la macchina e vanno verso il centro, quelli che arrivano con il treno e chi più modestamente si accontenta del girare elettrico del tram o di quello ancheggiante di un autobus. Intorno al rudere, s'aggrovigliano i binari, i fili elettrici e le involute delle strade in cemento. Ci sono quelli che aspettano vicino alle fermate, chi cammina a testa bassa e chi neppure tira giù il finestrino. Al centro, quasi imponente ma ignorato, quasi negato, sta quel monumento in travertino fatto erigere dall'imperatore Claudio una cinquantina d'anni dopo la nascita di Cristo.

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Manca qualche minuto alle otto e nel volto di ognuno sembra di vedere rassegnazione più che rabbia. L'idea che questo giorno sancisca, più che il termine delle vacanze, la ennesima dolorosa separazione da una parte di sé. Quella più preziosa. Come se il tempo dell'estate sia un tempo ritrovato e quello dell'autunno e dell'inverno, un tempo sottratto per sempre all'io che deve trovare il modo di resistere all'incalzare dei doveri che si compiono sui luoghi di lavoro in cambio di una paga non sempre all'altezza. Come se proprio in questi giorni, l'io, la cosa più limpida che ciascuno intuisce di avere, debba tornarsene sottoterra così come la misteriosa Basilica neopitagorica che, proprio in questa grande piazza, sta costretta sotto il viadotto ferroviario e nessuno quasi riesce più a dedicargli una visita.

Chi ci fa caso alla Porta, chi ancora riesce a vederla quella bellezza bianca e antica, quasi si arrabbia. Quella bestia immobile, sembra un memento del tempo rapido che ci fugge tra le mani, delle tante cose che non riusciamo a mettere insieme. Dei sogni che non riusciamo a concretizzare e delle ambizioni più sincere che avevamo e che con i giorni ci siamo ritrovati, senza sapere neppure perché, a mettere da parte.

Per quasi tutto il giorno è la stessa cosa. Il vorticoso giro quasi non si arresta mai. La stessa iterazione continua come di chi prosegue a interrogarsi su un dilemma senza riuscire a trovare alcuna soluzione. La sera intanto avanza come un fiume calmo e notturno. Ciascuno cerca strenuamente, in ogni istante, di riannodare il filo con se stesso. Prova senza successo di riandare, anche adesso che il pomeriggio sta terminando, a quei pensieri lucidi e aperti in cui si poteva rifugiare nei giorni d'estate. Agli sguardi perduti nell'orizzonte, alle parole distese e agli abbracci convinti. Ma non c'è modo di riuscirci. Fino a quando su un finestrino dei tram che girano in tondo, un raggio di sole trova il rimbalzo migliore. E' allora che più di uno, a cospetto di quegli archi ora divenuti quasi del colore del miele, è riuscito alla fine a riassaporare di nuovo la vertigine, anche in questo giorno di fine estate, di essere ancora se stesso.

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