Da Roma a Parigi, un viaggio in metropolitana, un uomo che legge e il segno di civiltà
Scendo gli scalini che da Place de Charles de Gaulle Étoile, alla fine di Avenue Des Champs-Élysée, mi portano nel mondo momentaneo della metropolitana di Parigi. Da lì i nomi delle fermate sono George V e, poi, Franklin D. Roosvelt, a chiudere il novero degli uomini storici e ad aprire quello più noioso di piazze e vie, Champs Èlysèes e Concorde. Così come a Roma, qui sotto, sono passi svelti e verticali quelli di chi ti sfiora di lato. Come che nessuno, compreso me, volesse perdere troppo tempo sotto terra. Una ragione, né francese né italiana, di autoconservazione, più che di spreco di minuti. Davanti a me, mentre attendo il treno, ci sono delle porte a vetro a proteggere dai binari. Chissà se arriveranno prima o poi pure a Roma. Quando vedo due cerchi bianchi venirmi incontro dalla curva buia, istintivamente, arretro un poco.
Le porte della metro e quelle della banchina si aprono insieme, permettendo la migrazione quotidiana di uscite ed entrate. Dentro, gli abitanti provvisori stanno arroccati sulle sedie come artigli di uccelli sui rami. Come tra Arco di Travertino e Subaugusta, ci sono gli uomini con la giacca sulle ginocchia che si appisolano parzialmente sulla propria spalla, riempiendo i centimetri di distanza tra sé e la donna vicino, costretta a reggersi i gomiti con i palmi inversi delle mani per riguadagnare la lontananza necessaria. I bambini contano con le dita le fermate mancanti. Le ragazze guardano sottecchi sul vetro che, nel buio, permette la vista dello specchio. Un panorama quotidiano. Almeno per due fermate.
Alla fermata F.D.Roosvelt un uomo chiuso in un impermeabile –una protezione dalla pioggia parigina sempre in agguato- entra nel vagone. Pare tagliato in due dalla fascia della borsa nera poggiata sulla spalla destra. Si siede, -la borsa ora tra le gambe- tira fuori un libro e comincia a leggere. La stretta della mia mano sul tubo di ferro si allenta autonomamente. Cerco di capire se, nello sguardo di chi gli è vicino, sia trapelata una qualsiasi forma di sorpresa, o di cosciente irregolarità. Quasi un atto sovversivo: un uomo che legge in un vagone della metro! A Roma, a leggere sotto la metro sono solo le donne -vorrei urlargli- quindi che rimetta subito il libro al suo posto e si limiti ad aspettare. Ma non siamo a Roma, ora. Ho pensato, anche, fosse un segnale tra spie o agenti segreti per comunicare l’avvenuto scambio della valigetta oppure per dire che tutto era saltato, non se ne faceva più nulla. Eppure i suoi occhi scorrono, davvero, da sinistra a destra. Non è solo una posa. Più, forse, un segno di civiltà.
Tra F.D.Roosvelt e Champs Èlysèe l'uomo continua la lettura attenta di quella che intravedo essere la traduzione francese del Cimitero di Praga. A Concorde, rimette tutto dentro. È anche la mia fermata. Qui sopra si trova il museo di pittura impressionista de l'Orangerie. Quando le porte doppie si aprono, l’uomo è il primo a scendere. Mentre esco, una ragazza entra nel vagone. Al petto tiene stretto il proprio Kindle. Ci sta aggrappata come il pensiero di casa in una terra straniera.
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Commenti
Scritto da romanonondiroma — 15 novembre 2011 alle 15:44
Ho preso la metro B di Roma per gli ultimi 5 anni tutti i giorni e di persone che leggono libri ne ho viste molte, uomini e donne, giovani e vecchi, anche in piedi e con la folla.
Non vediamoci peggio di come siamo...
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