Le panchine sui viali alberati, Roma d'estate e il tempo d'andarsene via

di Federico Pace — 8 luglio 2011

Ai primi giorni di luglio, lungo i viali alberati di Roma, le panchine sembrano sempre piene. Si va per cercare un poco d'ombra sotto un platano o per rifiatare un poco. Ma poi pare non bastare. La vita è ostinata e trabocca sempre. Pure su una panchina. C'è chi si ferma per mangiare uno spuntino, chi aggiusta un paio di occhiali e chi se ne dice due. Chi guarda i passanti e chi prova a venirne fuori davvero.

Non puoi fare a meno di notarlo. Neppure tu. Cammini, vai per la tua strada, ma poi te ne accorgi. Sulle panchine s'agita lo spettacolo più ricco. Sulla prima ci sono una donna e un uomo che arrivano da terre lontane. I loro abiti colorati. Gli occhi guizzanti. Assaporano un paio di bocconi. L'Asia delle spezie e degli odori. Lei, un po' preoccupata, sta sistemata nel centro, impettita, e guarda chi passa. Lui mangia sul ciglio destro, sta più disteso e pare ciondolare mentre manda giù con le labbra carnose. Sembra quasi un orso buono. Sta lì e bada, con lo sguardo e con i sorrisi, alle tre figlie piccoline che mangiano sedute, vicine le une alle altre come passerotti, sulla panchina vicina. Una famiglia per due panchine.

Fai ancora qualche passo e poco più in là, seduto su un'altra, c'è un uomo maturo. Parla gesticolando. Al suo fianco, sta immobile una donna minuta. Ferma come una scolara a cui qualcuno sta facendo una ramanzina. I capelli bianchi. E' molto in là con gli anni. Forse sono il figlio e la madre. Forse lui le sta spiegando qualcosa. Forse le annuncia un cambiamento. Le spiega una decisione che è per il suo bene. Ha trovato una sistemazione. Lì, le dice, avranno cura di te. Ma lei non ne vuole sapere. Cosa vuoi che ne sappiano di me e di quello che voglio. Io voglio finire a casa mia. Puoi darle torto?

In un'altra panchina stanno in tre. Avranno appena passato la quarantina. Due uomini e una donna. Gli uomini, con le scarpe da ginnastica, parlottano tra loro. Ammiccano verso qualcuno più lontano. La donna, distante solo un palmo, ha sfilato i piedi dalle scarpe e li tiene così, all'aria e liberi, sulle sue calzature estive nere. Si vede un anellino al mignolo del sinistro. Le unghie curate. Guarda anche lei dalla stessa parte dei due uomini. Ma non ride. Indossa una abito estivo colorato. Gli occhiali da sole. Una borsa blu al fianco. Da questo pomeriggio si aspettava qualcosa di più del cameratismo asfittico dei due amici vicini. Ma non dice nulla.

Non fai neppure un passo. Ed ecco un'altra donna. Da sola. Sta lì a fumare e forse non pensa a niente. Ma quando passa qualcuno nemmeno si gira a guardare. Neppure muove la testa per un solo secondo. Una canottiera nera, dei pantaloni celesti leggeri. Una collanina con un piccolo ciondolo. La borsa gialla a tracolla. Pronta per andarsene. Le ombre delle persone non entrano neppure nel suo sguardo periferico. C'è modo, anche per lei, per trovare la forza per rimettere un punto da qualche parte?

Poco più in là c'è poi l'uomo con la camicia a quadri bianchi e rossi. I capelli crespi. Un po' ingrigiti. Gli occhiali e un paio di baffi. Il cellulare tra le mani. Sembra leggerlo e rileggerlo. Per sincerarsi di quel che c'è scritto. Come si sarebbe fatto qualche tempo fa con una lettera. Un abbandono incomprensibile? Un tradimento doloroso? La testa bassa di chi rimugina e pensa che alla fine l'indizio giusto lo troverà. Anche lui ha una sacca poggiata vicina. Grande e blu. Legge ancora. Poi prende la borsa e se le mette a tracolla. Si alza dalla panchina e comincia a camminare. Alla fine, è arrivato, anche per lui, il tempo d'andarsene via.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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