La Camera dice sì alla richiesta d'arresto di Papa, il partito degli onesti di Alfano e la mondezza di Napoli
Tira un'aria strana dalle parti di Montecitorio. La Camera dei Deputati ha appena approvato la richiesta d'arresto del deputato Alfonso Papa presentata dal Gip di Napoli. I voti contrari sono stati 293. Quelli favorevoli 319. Gli uomini del Faraone mostrano una mestizia rabbiosa. Di chi non l'ha scampata e ancora non si capacita perché. Fuori i turisti, le camionette dei carabinieri, una donna in abito bianco. Il soffio del maestrale agita i capelli di due passanti. Un uomo in maglietta celeste, qualche minuto prima, sembrava disilluso. Aveva guardato verso la Camera e indicato con dispetto l'entrata: “Quelli si proteggono l'uno con l'altro. E' sempre così.” Ma questa volta non è andata così. Questa mattina Alfonso Papa era stato visto nell'ora di messa nella chiesa dei santi Claudio e Andrea in piazza San Silvestro. Una scena dal sapore cinematografico. Chissà cosa ha pensato il Signore quando l'ha visto entrare con la cravatta e il suo completo azzurro.
Due funzionari con un completo nero fanno avanti e indietro attaccati al cellulare. Scambiano informazioni. Cercano di capire cosa è successo. Sono al lavoro per il partito degli onesti di Angelino Alfano ma le cose sono andate diversamente da come si aspettavano. Berlusconi, il Faraone sempre più vecchio, è arrivato poco dopo le cinque del pomeriggio. Il voto alla fine è stato segreto. A chiederlo sono stati le “stampelle” della maggioranza, quelli del gruppo di Popolo e Territorio. Non è bastato per trovare i voti necessari per respingere la richiesta. La Lega ha fatto il pesce in barile. Si è dichiarata favorevole all'arresto di Papa e intanto non ha dato alcuna indicazione di voto. Con l'ennesimo escamotage dialettico, i potenti del partito hanno detto di lasciare libertà di voto ai deputati leghisti. Fingere di stare dalla parte della gente comune, per tutelare meglio gli interessi dei privilegiati e dei politici che stanno a Roma. Tanto che Bossi, alla Camera, non c'era neppure. Deve essersi vergognato un poco di quella roulette russa fatta girare in Parlamento. Si dice che sia stato Maroni e i suoi a spaccare la Lega e a votare insieme alle opposizioni. Se è così, la maggioranza non esiste più.
Si dice che pur di avere il voto della Lega, Silvio Berlusconi fosse pronto ad accontentare Bossi sulla mondezza di Napoli. Meglio lasciarla nelle strade di quei poveracci che ritrovarsela in Veneto. In fondo, quegli sconsiderati di Napoli hanno pure votato De Magistris. Un giudice. Se lo meritano. Mentre la finanza mondiale da giorni scommette sulla fragilità dell'Italia, Berlusconi ha continuato a ripetere il suo mantra: “attaccano pezzi della maggioranza per attaccare me”. Da oltre quarant'anni tra i potenti dell'Italia, il Faraone si atteggia ancora a uomo del popolo indipendente avversato dai poteri forti. Intanto la sua legittimità politica si fa sempre più fragile. Poggiando sempre di più su accordi, patti segreti e scambi sotto banco. Ora dice: "Dobbiamo fermare l'esercito delle manette".
Un uomo sulla trentina si ferma a parlare con un carabiniere. Forse sono amici da tempo. Si sente appena quello che si dicono. “In Italia - dice l'uomo in divisa - c'è solo una cosa che non va”. La voce è un soffio. L'amico non sembra convinto. “Una sola? Beato te”. Ma l'altro insiste. “Ti dico di sì. Una sola cosa”. Allora l'altro gli ha chiesto: “E quale sarebbe?”. "La corruzione, il legame malato tra imprese e politica. Dipende tutto da quello". "Eh, già, la corruzione", ha risposto l'altro, e poi ha taciuto pensieroso. Il vento allora ha cominciato a soffiare più forte. Dei mulinelli hanno alzato qualche cartaccia. In lontananza, solo l'eco di una sirena di un'ambulanza.
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Federico Pace è autore di Senza volo (Einaudi)
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