Il giocoliere della Tangenziale Est e i frammenti dadaisti di equilibristi e palleggiatori ai semafori di Roma

di Federico Pace — 18 luglio 2011

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Appare verso le otto di sera, lì dove la Tangenziale Est sfocia nell'arcipelago di case e vetture del quartiere di San Giovanni. Quando la luce del giorno scende ancora di un semitono e le persone, nel chiuso delle case ombrose, si preparano agli appuntamenti estivi o alle cene solitarie. Il giocoliere avrà poco più di quarant'anni. O forse meno. Difficile dare un'età a chi lancia in aria frammenti dadaisti davanti a un filamento urbano di cemento e metallo. L'uomo aspetta sempre che scatti il rosso per le vetture. Solo in quell'istante, con un solo balzo, salta sulle strisce pedonali e comincia a mostrare quel gioco. Un cambio di luce e mette in scena la sua provocazione e comincia a danzare.

E' pochissimo il tempo che il rosso gli concede. E lui lo sa. I palloni colorati così compiono subito brevi cerchi nell'aria. Passano per il palmo delle mani, solo per il tempo necessario a ricevere la spinta leggera delle dita. Tutto in frammenti infinitesimi. Interstizi di vita che d'altro canto, nel chiuso delle vetture davanti a lui, vengono relegati alla noia, alla rabbia, ai pulsanti per cambiare stazione radiofonica o all'ultimo pensiero di giornata. L'uomo indossa delle scarpe da ginnastica che sembrano quelle di una ballerina: affusolate e aderenti alla pianta del piede. Porta una maglietta colorata. Sulla schiena c'è sempre la macchia del sudore. Fa caldo anche di sera. Davanti a lui, il muso arroventato delle vetture. Una schiera infinita. Dentro gli abitacoli, solo qualcuno alza lo sguardo per osservarlo.

Gli attimi scivolano via. L'uomo esegue con rapidità precisa il suo gesto. Con la testa va prima in basso e poi in alto attratto da quei pianeti di plastica. Richiama l'attenzione di tutti verso le sue braccia, verso le mani, verso quella palle lanciate nel cielo. Eppure, mentre i motori delle vetture si fanno più irrequieti come cani da caccia trattenuti a forza, una parte dello spettacolo sembra prendere forma anche più in basso. Basta osservare i suoi piedi. Il modo con cui balzella per accompagnare quei salti delle sfere, come batte il tempo con dei colpetti della punta delle scarpe da ginnastica su quel tratto di strisce pedonali.

Lo spettacolo si avvicina all'epilogo. L'uomo fa compiere un ultimo giro alle sfere colorate e poi comincia a camminare tra le vetture con i palloni sotto le braccia. Sorride. E' in grande forma. Quasi un atleta. Questa sera però nessuno tira giù il finestrino per dargli qualche centesimo. O per dirgli che è stato bravo davvero o per chiedergli come si chiama e da dove viene. O chissà come si guadagna davvero da vivere. Non si sporge neppure la donna che lo ha guardato per tutto il tempo. Forse ha perso un'occasione. Allora scatta il verde, e le vetture con la loro macchinosità da parallelepipedi sgraziati cominciano a allontanarsi. Lui, il giocoliere con la maglietta colorata, aspetta sul marciapiede che torni il rosso. Guarda tutte quelle vetture scomparire verso la Basilica di San Giovanni, verso il sole che muore. Per tutte loro, per quegli autisti distratti, per quelle carcasse di metallo brillante, deve nutrire un po' di affetto. In fondo quello è il suo pubblico. Poi scatta di nuovo la luce rossa del semaforo. E lo vedi subito balzare, ancora, nel mezzo del traffico. Non c'è tempo da perdere. Il suo, d'altronde, è lo spettacolo con il maggior numero di repliche in tutta Roma. Almeno fino a che lui ne avrà voglia.

 

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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