A Vermicino trent'anni dopo la tragedia di Alfredino
A Vermicino, trent’anni dopo non c’è la rosa rosa né il tulipano. Ma neanche i papaveri rossi a farti veglia sulla tua fossa.
“Caro Alfredo, scusami tanto ma ci son scivolata anch’io nelle ricorrenze, nella fattispecie in quelle che vanno di dieci in dieci. E siamo ormai arrivati a 3 x 10. Forse 30 è meglio di 20, o chissà. Magari nel 2001 eravamo così tanto svagati, pensando tutti a tutt’altro. Per dirne una: alle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana scrittura che, però, mi vergogno d’usare con te come citazione perché tu sei piccolo e che ne sai. E poi perché, comunque, a forza di citare sempre lo stesso, le parole perdono di potenza, scemano di senso e rotolano lentamente nel proverbio. Però è vero che nei dintorni del 2000 i media stuzzicavano a sperare. Cosa che, com’è noto, non costa nulla. Io c’ero, me lo ricordo e te lo racconto. Tu non più.
Alfredo insomma, io sono una terra terra. Ma ancora ci sono sopra. Come tutti quelli che, per quanto chiacchierino e almanacchino e scrivano su di te, continuano a calpestare senza farci caso quel duro solido, consueto e benedetto che ti venne meno il giorno in cui precipitasti nel buio. È che si esce dal buio, non ci si rientra di solito, da vivi. Per questo l’utero che espulsa non concede neanche un piccolo ripensamento. L’anomalia mi si rivolta dentro, Alfredo.
Sai, Alfredo, lungo Via Ireneo, raso terra ci cresce il rosmarino, hai presente l’odore? Penso che non siano cambiati poi di molto gli sprazzi di colore, ultimo omaggio di giugno, che ti sei portato via lì sotto. La natura rasserena perché, se l’uomo non ci mette lo zampino, ripropone scenari puntuali, secondo le stagioni. Ulivi, i consueti sterpi rinsecchiti, i rovi. Ti ci sarai punto, no? E poi recinti, steccati di reti arrugginite, approssimative, di legni riarsi dal sole. Catene e chiodi conficcati e contorti, un po’ inquietanti, questo sì. Sarà un immaginario da catechismo pro Prima Comunione, però chiodi e legno mi fanno in bocca sapore di martirio. Quello che non sai, forse farei bene a risparmiartelo, è che per segnalare la fossa in cui sei caduto ci hanno piazzato non uno straccio di lapide, bensì una specie di comignolo tappato, rosso mattone, con l’accortezza di scalfirci una croce sopra, non si sa mai. A te non dice niente e a me nemmeno. Povero il finto girasole che cattura incautamente gli sguardi sulla nostra vergogna. Non c’è perdono per la distrazione di chi permette che la terra ingoi un bambino che corre. O per chi, sulla Terra, interra le fottute mine antiuomo e lo riduce a brandelli, come un bambolotto di scarto. Maledetti tutti.
Però, Alfredo, adesso te lo devo proprio di’: a me, di chiamarti “Alfredino”, mi ha sempre ripugnato. Infatti, quant’è dignitoso il foglietto manoscritto, strappato da un block notes e mezzo smangiucchiato dalle intemperie: “Ciao, Alfre’...”
È vero, hai un nome impegnativo: Alfredo. Ma quando vedo oggi in televisione gli esperti, quelli che nelle ricorrenze sanno sempre il come e il perché e “leparolegiusteperdirlo”, e che ti chiamano con questo diminutivo, mi viene di pensare a quanto grande sei tu, piccolo. Sei grande perché siamo saprofiti e guai se non lo fossimo. Pare bene che la nostra evoluzione si appoggi specialmente sulle morti dei nostri simili. Pensa un po’ a ciò che hai appoggiato tu, dal fondo del tuo buco. Per cominciare, mezz’Italia scopre che esiste una cosa che si chiama “pozzo artesiano”: Alfre’ vuol dire acqua gratis, perché “naturalmente effluente”, hai capito, sì? Poi, si concentra l’attenzione sul luogo, Vermicino, e lo si colloca da qualche parte, prossima a Roma (che ancora era inconsapevolmente “ladrona”). In ultimo, ma non tanto, la diretta della tua agonia e delle prodezze del “Sempiterno Circo Pane Amore e Fantasia”. Il Pane e il companatico, quello c’era, abbondante e a prezzi di mercato, spacciato dai camioncini dei porchettari accorsi perché dove c’è gente se magna. La Fantasia, figuriamoci se ci manca talento, grinta e improvvisazione quando s’accendono i riflettori. Triste anticipazione della futura ascesa di nani e ballerine. L’Amore...qui non ti dico nulla perché tu già sai chi c’era, disperatamente aggrappato alla speranza di tirarti su a forza di parole via microfono o a forza di braccia dopo essere penetrato a testa in giù nel tuo cunicolo. L’idea di assistere allo spavento di un bambino sepolto vivo, di per sé sola, dovrebbe strozzare in gola commenti e gelare la voglia di affacciarsi all’evento dal divano di casa propria. Stornare lo sguardo quando non si può fare proprio nulla non è vigliaccheria, è pudore.
Eppure, Alfredo, gli accorti raitelevisionari, e quanto lungo ci hanno visto, dicono oggi che non avrebbero potuto fare a meno di trasmetterti fino al penultimo respiro (la morte in diretta, quella no, per carità!). Perché il pubblico del canone pagato premeva, chiamava, insisteva, e “voleva sapere”. Sia come sia, la triste trasmissione della tua storia ha dato la stura e il beneplacito a tanta italica telemonnezza. Con l’imprimatur di tutte le varie “P”, in ordine d’inchiesta giudiziaria numerate. Sai, Alfredo, la curiosità dei più si abbevera di lacrime facili e da versare una tantum, alla bisogna. Solo i parenti delle vittime di stragi senza colpevoli condannati piangono una lacrima al giorno, in definitivamente.
Dopo trent’anni, nuova gente viene e vive a Vermicino. Mi piace pensare che il vaso di fiorellini, ormai rinsecchiti, appoggiato sul coperchio del comignolo rosso, l’abbia portato qualcuno che di te abbia solo sentito parlare, così, solo perché ai bambini piacciono i fiori.
Ciao, Alfredo”
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Commenti
Scritto da Silvia — 11 luglio 2011 alle 22:37
MagazineRoma e' diventato uno dei miei siti preferiti ed e' un piacere leggere i vostri racconti.
Ho voglia di ringraziarti, Annamaria: il tuo modo di scrivere e' veramente bello!
Scritto da Domenico N — 24 agosto 2011 alle 00:50
Condivido pienamente il giudizio di Silvia, ma c'è da dire che i favolosi racconti di Anna sono splendidamente interpretati dal colpo d'occhio e dalla maestria di Graziano. BRAVI
Scritto da giovanni serra — 22 dicembre 2011 alle 12:36
cara Silvia,
leggo, con incredibile ritardo, il tuo pezzo in cui mi sono imbattuto perché cercavo informazioni su Vermicino, essendomi trasferito lì vicino da poco. Fin dai tempi dei primi appuntamenti con l'agenzia immobiliare che mi decantava le collinari virtù del sito, ad ogni menzione del nome Vermicino avevo un sobbalzo. Sono del 1969: la tragedia di Alfredo Rampi mi colse durante gli esami di terza media, a 11 anni. Per la prima volta capii cosa significava "attualità". C'era la possibilità che la vicenda diventasse una traccia della prova d'italiano (orrore!). Imparai tutto sui pozzi artesiani, sulle traforazioni parallele, sulla speleologia professionale e quella dei saltimbanchi, sulle tecniche di presa di viscidi polsi, sui tempi di resistenza alla sete e al freddo. Lessi le cronache. Imparai che il presidente aveva la pipa e che il logo RAI appariva in sovraimpressione su tutte le immagini. Avvertii il dolore e la compostezza muta dei genitori. Mi chiesi come si faceva a raccontarla, se non con il silenzio.
Ho finito per fare il giornalista, ma la mia curiosità non si è mai spinta fino ad andare a visitare quel posto, sul quale mi hai magistralmente condotto, con l'amaro dell'indignazione che si mescola in gola con quello delle lacrime di commozione che ancora arriva, ad ondate. Dell'itinerario, che avrai capito, passa anche per le regioni intime dei miei ricordi d'infanzia, ti ringrazio tantissimo. Del comignolo ignobile, da novello concittadino della zona, cercherò di fare del mio meglio per sapere da chi di dovere come è possibile, come può minimamente passare per la testa a chi deve prendere delle decisioni delicate. Sarà l'ennesima cosa che imparo da Alfre'.
Gionni
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