Woody Allen a Roma, The Bop Decameron, il ghetto ebraico, Midnight in Paris e un'onirica conversazione notturna
So che oggi, qui, è stato avvistato Woody Allen. Dopo l’uscita in America del suo ultimo film, Midnight in Paris - in Italia dal 2 dicembre 2011 - è venuto a Roma. Per saggiare il terreno. Per fare un sopralluogo per il suo prossimo film, ambientato a Roma, dal titolo The Bop Decameron. Si dice abbia mangiato proprio in uno di questi ristoranti che sono di fronte a me ora. La notte, tra le vie strette del ghetto ebraico di Roma, è uno spazio fermo, un luogo di inventiva e finzione, piuttosto che un tempo, quello sì, sempre ciclico e distruttore. Non un bambino cieco che lancia dadi per poi raccoglierli nuovamente e ripetere la spinta del gomito, perpetuando così, ancora una volta, il caso, ma una donna compassionevole, una maga quasi, che ti concedesse, ora, nell’oscurità rotta solo dalle luci artificiali dei ristoranti e dal vociare delle forchette sui piatti all’aperto, un frammento di stabilità.
Su via del Portico d’Ottavia, un motorino parte a razzo sfiorandomi di pochi centimetri, un cagnetto bianco corre avanti e indietro facendo tintinnare il campanello che tiene al collo, i muri dei palazzi sono un poco scrostati e sulle piccole finestre rettangolari vasetti squadrati di fiori. I lampioni sono pochi, con il loro collo da giraffa, e la luce arriva prevalentemente da lampade attaccate direttamente ai palazzi. Mentre cammino, insieme a me, una ragazza compagna d’università. I capelli più lunghi davanti e più corti dietro.
In lontananza mi colpisce una giacca verde scuro e accelero poco il passo. La ragazza non capisce il perché di questo repentino cambio di andatura, come se non le prestassi attenzione. Ma, ora, riesco a vedere solo quella giacca verde che va a coprire parte dei pantaloni beige. Da via del portico d’Ottavia svolta sulla sinistra. La stradina è stretta e, ad entrarvi, mi sento come se interrompessi il discorso lungo decenni tra i due palazzi alla mia destra e alla mia sinistra. In alto, panni stesi sembrano cadere su di me come pioggia di stoffa. Incrocio un uomo con una tunica marrone scuro e la barba lunghissima, un rabbino penso. Svolto ancora a sinistra e quasi sbatto contro la giacca verde che stavo inseguendo. Mentre parla al cellulare di schiena, mi allontano un poco girandogli intorno. Si tratta di lui, Woody Allen.
Getto un’occhiata indietro ma la ragazza non la vedo più e decido di aspettare la fine della telefonata. A quel punto mi faccio avanti, stando attendo a dissimulare un qualsiasi sospetto sulle mie intenzioni. Non voglio fare nulla di male, ripeto nella mia testa. Ma il regista, attore, sceneggiatore di Manhattan non sembra preoccupato e mi guarda mentre mi avvicino. Insolitamente, non ha nessuna scorta a proteggerlo, non come re e regine circondati da cavalieri. I suoi occhi stretti dietro le lenti larghe che da sempre conosciamo. Gli dico che, seppure ragazzo, ho visto tutti i suoi film, dai primi all’ultimo uscito. Gli chiedo cosa gli piace di Roma. A lui, che viene da Manhattan. è molto cordiale, e mi risponde che Manhattan è il posto che ama di più al mondo ma non aveva mai capito davvero cosa vuol dire una terra imbevuta di passato sino a che non è venuto qui. Non a Londra e nemmeno a Parigi. Le numerose domande nella testa si uccidono a vicenda, come possibilità che restano sempre tali, non passando all’atto. Alla fine, un sibilo dalle mie labbra osa chiedere come gli sia venuto in mente di girare un film in cui uno sceneggiatore a Parigi, di notte, si ritrova catapultato negli anni venti e incontra tutti gli scrittori che ha sempre amato. Due dei quali Hemingway e Fitzgerald. Cosa volesse dire. Lui mi risponde “ tutto quello che c’è da sapere, lo vedi nel film, non c’è nulla di più”.
Sarei rimasto lì a conversare per ore, invece che cinque minuti, ma capisco che è il momento di lasciarlo andare. Gli stringo la mano e gli ricordo che non cancellerò mai dalla mente lui e il suo incontro. Sorride e fa per andarsene, poi ci ripensa e dice: “per la verità, anziché continuare ad abitare nel cuore e nella mente delle persone, preferirei continuare ad abitare nel mio appartamento”.
La giacca verde scompare nell’oscurità della notte del ghetto. Tornato indietro, ritrovo la ragazza con la quale sono uscito. “non puoi indovinare chi ho incontrato!”, le faccio. “Chi?”, mi chiede.
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Commenti
Scritto da Arianna — 24 giugno 2011 alle 13:36
Semplicemente magnifico.
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