Gli sbarchi in Italia, la città dell’Utopia a San Paolo, il laboratorio 53, i rifugiati e i richiedenti asilo politico a Roma e i partigiani

di Francesca Pedrollo — 6 giugno 2011

In queste prime domeniche dell’estate la città è deserta, fuori dalla metro San Paolo poche persone, quartiere straniero, incontro solo giovani con il vassoio di dolci della domenica. L’atmosfera è rarefatta, palazzi che occludono, sole accecante, luce bianca finché la traversa nascosta diventa scala per aprirsi sul casale.

Si erge come tempio su un’acropoli, i pini sono colonne, fico selvatico, nespolo, sbuca tra i palazzi, unico sopravvissuto alla guerra edilizia degli anni Sessanta, è diventato la città dell’Utopia gestita dal Servizio civile internazionale. Qui opera il Laboratorio 53 con i rifugiati e i richiedenti asilo a Roma.

Luogo spontaneo, l’integrazione passa anche attraverso il Makì, un tipo di ristorante diffuso nell’Africa Occidentale in cui nulla indica la sua funzione, nessuna insegna, si mangia insieme e si ascoltano racconti. I rifugiati di Roma hanno creato questa versione meticciata e a turno, ogni domenica diventano cuochi e camerieri offrendo un pranzo di diversa nazionalità.

Curdi, afgani, ivoriani, provo sempre attrazione, forse ingenua, per lo straniero che è in me, mi interrogo sul mio approccio sempre a metà, sempre incompiuto ma puntualmente mi ritrovo in luoghi e in situazioni di questo tipo mi sento subito a casa. Profumo di lavanda e rosmarino mentre dalla piccola cucina arrivano odori di spezie. Sono stata due volte a pranzo, con la comunità dell’africa occidentale e con l’afgana, una piena di colori, di sorrisi aperti e maliziosi, l’altra all’apparenza più sbiadita, più intima, fatta di sguardi complici.

Tutto è all’insegna della naturalezza e il cibo diventa solo pretesto, i sapori si confondono. Noi, gli italiani, loro ospiti, mischiati nella lunga tavolata, sembriamo accaldati viaggiatori occidentali, in bilico tra l’accoglienza e il pregiudizio. A volte ho la sensazione di stare solo alla finestra, osservatrice esterna mi interrogo. Poi vedo Monica, Ivan, il loro lavoro con i rifugiati e i richiedenti asilo e appoggiata ad un muro del casale, colorata, una tavola di legno su cui, iscrizione e prescrizione, leggo una frase di Gramsci che mai, come in questi tempi di sbarchi, è più attuale “Odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani”.

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