Da Roma a Barcellona, Plaça Catalunya, gli Indignados e le osservazioni di prima mano
Ecco un racconto di chi da Barcellona cerca con lo sguardo e le parole di capire di più.
Detto “23 M” dalla stampa spagnola che, dopo l’11 settembre 2001, sigla freneticamente tutte le ricorrenze infauste o meno, lunedì 23 maggio non è un giorno qualunque per mescolarsi e farsi un’idea sugli accampati di Plaça Catalunya. Spiffera un venticello di rancore che scompiglia le chiome variamente acconciate de los indignados (els indignats, in catalano). Hai visto mai che proprio questi qua, fra l’astensionismo per protesta, l’idiosincrasia per i partiti, gli angoli di discussione e i materassi a cielo aperto, abbiano servito su un piatto d’argento la vittoria al centro destra autonomistico (CiU) e alla destra vera e propria(PP)? La Piazza se ne frega.
Si alza un pensionato camicia-a-quadri e impugna il rudimentale altoparlante offertogli. Non sa come usarlo perché è sordo ed emozionato. È sordo perché il lavoro che gli diede da vivere gli ha rubato anche l’udito. È emozionato perché non è abituato a parlare in pubblico. Dice che il bipartitismo spagnolo (PP e PSOE) altro non sono che le due teste di una stessa bestia, che solo in prossimità delle elezioni si azzannano a vicenda, mentre fra un’elezione e l’altra mangiano nella stessa greppia. Dice che la sua generazione è stata costretta a una democrazia aut aut. La transizione comportò alti pedaggi ideologici, agitando lo spauracchio di un’altra guerra civile. Quest’uomo sostiene di vivere in una democrazia imposta. Che sia un ossimoro, è una sottigliezza di chi lo ascolta.
Il 23 M è il giorno dopo. Qui si vota solo la domenica. Chiusi i seggi, ricontati i voti, fugati gli ultimi dubbi o le incaute speranze: dopo trentadue anni trentadue i socialisti hanno perso le municipali a Barcellona. Ma anche a Siviglia e a Cordoba, in Andalucia; a Caceres, in Estremadura e nella maggior parte dei feudi orgogliosamente identificati come “storici” (che non viene al caso elencare, visto che l’informazione è a un click). Latifondi da cui la ricca messe di voti è dovuta, se non altro perché cospicuamente abbeverati con sontuose regalie.
La piazza è pacificamente povera, stride al confronto delle vie circostanti dai bei negozi di cui la città va fiera. Scontando i ragazzi, colpisce la presenza di personaggi che paiono usciti dalla Barcellona di Pepe Carvallho, il detective creato da Vázquez Montalbán. La piazza è riciclona, fieramente stracciona, vive arrangiandosi con inventiva e raccolte da terzo mondo: “ci servono materassi, un generatore elettrico, teli per proteggere dal sole, tovaglioli di carta, giocattoli per i bambini, pile, pennarelli...”. Nessuno chiede soldi. Cartelli ricordano ai compagni di tenere d’occhio la propria e l’altrui borsa. E, a proposito di ladri, quelli veri, uno striscione recita: “hay poco pan para tantos chorizos”. Il chorizo è un salume, ma è anche gergale per “ladro”. E ladri sono le banche, le multinazionali e il Governo, che regge il sacco mentre los chorizos trafugano il futuro. Ormai, senza metafore, proprio il pane quotidiano. Quello del “dacci oggi”.
I giovani del 15 M avevano iniziato la mobilitazione a partire da una mani (manifestación) e, anche qui a Barcellona, hanno acceso il supporto e la partecipazione di tanti e di tutte le età, specialmente sabato 21 M, il giorno della reflexión electoral . Mica male chiamarlo il giorno della “riflessione” piuttosto che giorno del “silenzio”. Mentre i giornali si chiedevano ignavi quale sarebbe stata la reazione del Governo di fronte a questi assembramenti trasgressivi delle discipline pre elettorali (oh, anatema!), la paura a fior di pelle era lo sgombro violento della polizia. Qui hanno il manganello facilissimo, anche se la stampa italiana distoglie lo sguardo, perché ci piace l’Hispania felix.
Così la gente, perché era gente, è andata per non lasciare soli chi non aveva più niente su cui “riflettere” il giorno prima delle elezioni municipali e nessuna ragione per stare “in silenzio”.
“Adesso che le persone hanno cominciato a parlare, che i politici comincino ad ascoltare”. Quasi cinque milioni di disoccupati su 46 milioni di abitanti, in Spagna. Mannaia sulla sanità, anche in Catalogna, dove speri di crepare sano, perché in ospedale non ci sono letti. Puoi aspettare anche un anno per una colonoscopia; eppure Barcellona è una delle città in cui il cancro del colon miete più vittime. Dicono che la colpa sia dell’acqua del rubinetto.
Che i socialisti avrebbero perso l’Ajuntament (il Municipio) di Barcellona, non coglie impreparato nessuno. Si sapeva da tempo e dare la colpa all’astensionismo de los indignados è sconcio. L’affluenza alle urne è stata del 54,93%: 1,7 punti in più rispetto al 2007.
Il popolo dell’acampada di Plaça Catalunya (“Yes, we camp”, lo striscione) non corrisponde affatto a quello immortalato dai media locali. L’ora del giorno, le attività proposte e partecipate, le circostanze sono fattori mutevoli e ricomponibili per dar vita a differenti scenari. Niente di sicuro, niente di scontato. Tutto rimanda alla precarietà che accomuna. Anche gli striscioni, i volantini appesi, sospesi e inalberati cambiano via via, e si agitano col vento in questa Piazza che è un organismo che esiste e respira. Che resiste, multiforme e trasversale per le età e la composizione sociale dei presenti occasionali, stanziali, o convocati d’urgenza attraverso sms e Twitter. Venerdì 27 mattina, un elicottero in cielo è stata la certezza che a Plaça Catalunya stavano volando mazzate. E che mazzate: digitare parole chiave in youtube per credere. Certi presagi sono scontati. Sabato 28 si gioca la finale di Champions e i tifosi blaugrana hanno diritto di prelazione su Plaça Catalunya, che insieme alla fontanella di Canaletes sulla Rambla sono i recinti storicamente deputati ai festeggiamenti. Via le zecche, allora. La prudente Ragiondistato dice che s’ha da fare per evitare scontri fra istanze inconciliabili: l’euforia dei tifosi del Barça e la protesta degli antisistema. Si rende necessario lo sgombro di tende, tendali e attendati, materiale pericoloso e altamente infiammabile.
I più mattinieri fra gli spazzini sono i mossos d’esquadra. In catalano “mossos” vuol dire “ragazzi”. È il corpo di polizia della Generalitat de Catalunya. In Piazza li chiamano “gossos d’esquadra”. “Gossos” in catalano vuol dire “cani”. Forse hanno avuto il fegato di randellare gente a terra con le mani alzate perché sono addestrati a difendere la proprietà. Percarità, anche i gossos le hanno poco poco buscate. Aspettiamoci l’indignazione degli animalisti.
Los indignados della Piazza le hanno prese e hanno preso loro tutto ciò che avevano creato: lo spazio per la medicina alternativa; quello dei massaggi; l’area giochi per i bambini; quella per la raccolta differenziata dei rifiuti; il centro di coordinamento e quello di raccolta del necessario per (r)esistere di notte, di giorno. È vero che molti acampados hanno un impiego e fanno i turni in Piazza così come al lavoro, ma c’è anche chi ci si è provvisoriamente traslocato. Un’occupazione è un’occupazione. E una protesta è protesta se è supportata da tutti. Venerdì 27 pomeriggio è iniziata la Ricostruzione. Di sera la Piazza era stracolma di cittadini solidali, le strade circonvicine bloccate. Stavolta la polizia ha esibito correttezza e decoro. Per forza.
A sorpresa, sabato alle 9 di mattina tutto in Piazza era tornato al suo posto. Con in più l’aggiornamento: foto di schiene, cosce e natiche colpite dai manganelli; slogan ironici; ma , soprattutto, manifesti in cui si ricorda alla polizia che il loro stipendio è pagato anche da chi è stato malmenato. Sembra niente, ma è la chiave di questa rivolta, che non è solo di disoccupati o universitari sfaccendati. Non è ideologia, non è partiti o divergenze culturali: siamo proprio all’osso.
Sabato notte, la notte del barça trionfante, il popolo della Piazza ha dato il meglio di sé, dando contemporaneamente una lezione di responsabilità civile, come poche: hanno mantenuto l’occupazione della Piazza, ma hanno rimosso dalla stessa qualsiasi materiale suscettibile ad essere usato in maniera offensiva. E poi hanno parlato, dialogato con gli esagitati che arrivavano con altri propositi. Gli scontri ci sono stati, ma stavolta fra hooligan del Barça e il cordone di mossos predisposto al contenimento.
Anche chi non va in Piazza è con la Piazza e tutti i giorni, a partire circa dalle 9 di sera. La colonna sonora della solidarietà invisibile è scandita dalla voce metallica della pentolata (cacerolada).
Per fare una cacerolada come si deve bisogna disporre di: una pentola (meglio se d’alluminio perché fa più rumore,e con il manico lungo, per impugnarla più agevolmente), un cucchiaio di legno, un balcone o finestra da cui affacciarsi all’ora prestabilita attraverso il passaparola (Twitter, sms, il vicino del piano di sopra...). Il segreto per ottenere un suono ritmato e convincente è agitare il cucchiaio di legno come se si facesse una frittata. Imprescindibile costanza e dedizione alla causa.
Utilizzare pentole come strumenti musicali di protesta ha un significato da non sottovalutare: non c’è più niente da cucinarci dentro.
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