L’arresto di Ratko Mladic, una passeggiata al Villaggio olimpico e il ricordo di un viaggio nell’ex Jugoslavia

di Antonio Carbone — 29 maggio 2011 — 2 commenti

“Una volta, tornando da un supermercato all’interno del Villaggio olimpico a Roma, vidi l’insegna di una strada. Eravamo ormai nel 2000. Frenai di colpo, per sincerarmi. Avrei voluto avere una macchina fotografica e fissare per sempre quella scritta: «Via Jugoslavia». Forse oggi l’unica scritta al mondo con questo nome. Può ammalarsi anche uno Stato? Di una malattia che lo porta alla morte? Quali sono i primi sintomi?”.

Tutto è cominciato con l’acquisto dell’ultimo numero dell’Europeo dedicato alla guerra nell’ex Jugoslavia. Quello stesso giorno, giovedì 26 maggio, è avvenuto l’arresto di Ratko Mladic il responsabile della strage di Srebrenica. Di ritorno a casa è stato istintivo tornare a riprendere in mano libri e ritagli di giornali che nel corso degli anni avevo messo da parte. E’ stato così che sono arrivato al libro di Dunja Badnjević, L’isola nuda, da cui è tratta la citazione iniziale.

Subito dopo ho deciso di andarci. Non nell’ex Jugoslavia ma al Villaggio olimpico in cui da quando vivo a Roma non avevo mai messo piede. Mi è sempre capitato di vederlo da lontano quando in bicicletta passo su via Flaminia per raggiungere la pista ciclabile che da Ponte Milvio porta verso Saxa Rubra. L’unica volta che fui costretto a pensarci fu quando una donna mi fermò per chiedermi come fare per arrivare in via Unione Sovietica. Anche una via con un nome del genere è rara da trovare, forse solo a Bologna c’è ancora. E in effetti, quando mi sono deciso, è stato come un viaggio nel passato.

La storia di questo quartiere è nota. Fu costruito per ospitare gli atleti per le olimpiadi del 1960  per poi essere trasformato subito dopo in appartamenti di edilizia popolare. Eppure della iniziale destinazione conserva ancora qualcosa. Una leggerezza da campus. Merito anche degli architetti che lo progettarono. Rispetto al resto della città sembra un corpo a parte. Estraneo. Come era del resto la Jugoslavia nel contesto dell’Europa prima appunto della caduta del muro. Orgogliosa della sua autonomia da Mosca e della sua multietnicità a cui, in qualche modo, l’aveva costretta Tito.

La prima volta che ho sentito parlare della Jugoslavia è stata da mio padre che lì fu fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale per poi essere deportato in Germania essendosi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Era parco di ricordi. Si lasciava andare solo a questo nome: Jugoslavia. Talvolta parlava pure del Montenegro dove probabilmente si trovava al momento in cui fu catturato. Per il resto non concedeva altro. E, tantomeno, parlava volentieri dei due anni passati da internato. Fu anche per questo che nel 2001 decisi di andarci. C’era la voglia di portare una testimonianza in quei luoghi in cui la guerra era finita da poco: Vukovar, Novi Sad, Belgrado, Sarajevo, Mostar, Srebrenica e poi in Kosovo dove la guerra c’era ancora… ma c’era anche questa ragione più personale.

Fu una carovana della pace in cui attraversammo diverse frontiere e in cui sentimmo testimonanze toccanti. La più forte fu senza dubbio quella delle donne di Srebrenica. Con me avevo un salvacondotto tutto particolare. Una vecchia super8 Bauer con cui potevo permettermi di filmare solo pochi minuti al giorno, considerato il costo della pellicola. Ma la sua funzione, appunto, era un’altra. Mi bastava prenderla dalla borsa per suscitare la curiosità dei tanti coetanei che ci osservavano passare sicuramente anche un po’ infastiditi. Quella cinepresa antica, l’aveva comprata mio padre agli inizi degli anni Settanta, ogni volta apriva un varco. C’era sempre qualcuno che si avvicinava e mi chiedeva di poterla impugnare solo per un istante. Era evidente che gli fosse familiare e che chiudere un occhio per guardare meglio con l‘altro nel mirino, lo riportasse indietro a prima che l’incubo cominciasse. Scambiavamo qualche parola e subito dopo, con un po’ di imbarazzo, ci salutavamo come due cugini che da anni non si vedevano.

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Commenti

  1. Scritto da Manuela 5 giugno 2011 alle 18:43

    Ciao Antonio,
    da quello che scrivi è evidente che non sei riuscito, come tanti, a rimuovere il dolore che hai visto e sentito e che ti è entrato dentro. A Sarajevo sono andati la scorsa estate 2 miei conoscenti e ne sono tornati stupiti e delusi per il fatto di non aver trovato nessuno che volesse raccontare di quegli anni in cui il mondo intero li aveva dimenticati. Forse una delusione così profonda non è raccontabile, ma credo che per continuare a vivere e curare tante ferite l'unica medicina sia progettare il futuro. Purtroppo in Bosnia anche questo semplice desiderio non è ancora attuabile, persistono le "cause ostative", a mio parere le gravi responsabilità esterne, alla liberazione delle energie costruttive che ci sono e che, se compresse, produrranno prima o poi una nuova tragedia.
    Tu probabilmente hai più mezzi di me per far conoscere questa realtà e il pericolo che nasconde al di fuori dei suoi confini geografici. Grazie comunque per averne parlato, quando leggo della Jugoslavia (ironia della sorte in quegli anni lavoravo proprio vicino a quella via) ancora non riesco a fare a meno di piangere, Manuela Orazi (figlia di Dunja B.)

  2. Scritto da Antonio 6 giugno 2011 alle 22:00

    Sabato ero in provincia di Arezzo per una marcia della pace da San Pancrazio a Civitella dove nel giugno del 1944 ci fu una strage di uomini ad opera dei tedeschi. Nel suo discorso il sindaco di Bucine, Sauro Testi, ha raccontato degli incontri avuti in Bosnia al fine di creare un gemellaggio. Solo nella condivisione si può affrontare il dolore. Nella rimozione cova già l'odio. In fondo è proprio di questo che parla tua madre ne suol libro.
    Grazie a te per averci scritto e considera il nostro giornale sempre disponibile a raccogliere altre testimonianze.

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