Il pontile di Ostia, vietato pescare e tuffarsi e il mare di questa Roma infame negli occhi

di Graziano Paiella e Annamaria Ciaravola — 19 maggio 2011

Altro che volgari cartelli di latta inalberati in cima ai pali. Siccome li hanno incisi in maiuscolo su pietra, i divieti all’imbocco del Pontile di Ostia ostentano una dignità che aspira a incutere ampio senso di civico rispetto. Staremo a vedere. D’altro canto, qui si viene per passeggiare; ma non è un lungomare su cui a voler guardare l’orizzonte mentre cammini ti piglia il torcicollo, o una zona pedonale qualunque eletta a furor di popolo per lo struscio.

Roba seria: qui si cammina sulle acque, alla faccia dell’impossibile, in faccia alle onde, protetti però nel seno di quest’ernia pavimentata su pilastri e saldamente contenuta nel suo cinto. Il pontile è mare a destra e a sinistra ma soprattutto è mare aperto d’innanzi a se stessi, con il miracolo dei piedi ben piantati sul pavé. La protesi di un sogno antico e inestinguibile.

Non c’è ora del giorno in cui non si avvicendi pubblico visitante sul palcoscenico del pontile di Ostia. Non è detto, però: con un po’ d’impegno e vocazione, occhio all’orologio, troverai anche qui tregua alla baraonda, e potrai affacciarti, unico spettatore, sugli azzurri dei cieli riflessi dal Tirreno. Solo tu e la tua bicicletta. Che lusso.

Accese o spente che siano le luci dei bellissimi fanali, belli davvero, cambia lo scenario ma pare ci sia sempre una buona ragione per fare su e giù fra la terra ferma e questo sprazzo di mare aperto. È un richiamo per gli avventori solitari che, guarda caso, prediligono le terrazzette ai lati del pontile e si sporgono a guardare nel vuoto il pieno delle acque. Avranno le loro sacrosante ragioni. Come i pescatori trasgressori, e dài che t’ho pescato!

Poi, c’è chi si conquista le stesse terrazzette, in altre o nelle medesime circostanze temporali, arrivando per primi e utilizzando le balaustre come sedili, di spalle al mare. Sono in gruppetti, sono giovani che hanno tanto da chiacchierarsi, nel circolo delle loro intimità.

Il pontile concede. E si presta inerte alla gente che cammina sulla Storia e a volte la calpesta senza accorgersene, in compagnia del cane, del carretto della spesa o del figlio a cavalcioni sulle spalle. Ignara, la gente, che questa lingua artificiale di terra senza niente sotto, nata per raccontare che “La Terza Roma si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro sino alle sponde del Tirreno” è stata mozzata dai nostri ex alleati nazisti per scongiurare l’attracco degli americani (ogni pontile prima di essere una passerella di vanità è un attracco per imbarcazioni, o no?). Dopo, una volta ricostruita, il mare, la furia dell’indocile Mare Nostrum si è abbattuta sulla lingua. Di nuovo tagliata, stavolta per l’intolleranza delle mareggiate. Chissà se è per questo che, anche se la ricuci a dovere, una lingua si stanca di parlare e non dice più niente a nessuno.

Lo sappiamo che non è andata così. Ma vorrei, vorrei che nell’ultima notte della tua vita, la notte in cui era già stata sentenziata la tua condanna, tu, tu inconsapevole di correre verso il sacrificio, fossi passato per piazza dei Ravennati con la tua Alfa gt. Vorrei che, per quegli inspiegabili casi della vita, avessi rallentato la marcia e, distrattamente nella notte, avessi gettato un’ occhiata alla tua sinistra, verso il pontile, cogliendo alla sprovvista un luccichio, qualcosa che suggerisce il mare a te che vieni da paesaggi di montagne. Chissà se t’avrebbe consolato, fra le percosse, morire con il mare di questa Roma infame negli occhi.

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