I risultati delle elezioni amministrative, i moderati, il senso dell'attesa, le vie di fuga e la leggerezza della speranza
“Cosa t'aspetti dalle elezioni?”. Una giovane donna, su piazza della Pilotta, lo chiede a suo marito. Siamo a due passi dal fragore di acqua e folla che rimbomba a Fontana di Trevi, eppure qui c'è un silenzio appartato, tra i palazzi color ocra e la maestosa entrata della Pontificia Università Gregoriana. I due stanno seduti vicini come bambini. L'uomo fa quasi una smorfia e tace. Allora lei si gira a guardarlo interrogativa. Lui aspetta ancora un poco e poi le concede qualche parola: “Non succede mai niente di nuovo, sono sempre gli stessi”. Lei, dopo quelle parole, pare perdersi. Forse per colpa di un pensiero privato, intimissimo, che le ha attraversato la mente e ha mandato in pezzi la serenità domenicale. Allora si alza e dice “Andiamo, dai”. Il marito la segue su via dei Lucchesi. Vanno verso Fontana di Trevi. Peccato. Proprio a pochi passi da lì c'è vicolo del Monticello. Un piccolo pertugio che sembra andare verso la volta di un paese. All'inizio è tutto buio. Le pareti quasi si toccano. Ma in fondo, se guardi bene, c'è un chiarore dove si intravede un campanile. E' una luce assoluta. Un'idea di altrove.
A Roma ci si aspetta che altrove accada qualcosa. Che qualcuno, almeno, vada a votare. Torino, Bologna e Napoli. E Milano. Soprattutto Milano. Che qualche moderato, almeno, si accorga che queste elezioni riguardano soprattutto loro. I moderati. Tocca a loro uscire dalla malia guasta del Faraone. Ci riusciranno? Lo vorranno davvero? Vorranno davvero essere moderati o preferiranno continuare a parteggiare rabbiosamente per il Faraone? A Roma, non resta che aspettare. Si sente, però, il fiato dell'attesa. Il respiro trattenuto. Se succede qualcosa a Milano, anche qui cambierà tutto. Il Faraone, dice qualcuno, sarebbe costretto a dimettersi. Cambierebbe tutto. A piazza San Giovanni due uomini sfogliano il giornale come se fosse solo un altro giorno festivo. Ma non è così. Verso via Merulana un bambino tira per mano sua madre e le indica un gioco che sta deposto nella vetrina dietro la saracinesca chiusa di un negozio. Anche lui vorrebbe qualcosa. Chissà se lo avrà. Il vento e il sole. La luce e il silenzio. Il rimestare delle campane nel cielo. Lungo i corridoi macilenti dell'ospedale che sta qui vicino, gli anziani camminano per quel che possono. Poco più a ovest, su un'assolata via Cristoforo Colombo, le macchine stanno in fila e i ragazzi poggiano i gomiti fuori dal finestrino.
In questa domenica di maggio la città di palazzi e vicoli, di vetture e persone pare un reticolo. Una fitta trama impossibile da decifrare. L'unico sollievo che si prova è quando lo sguardo, toccato da una grazia speciale, cattura una di queste aperture che sembrano suggerimenti. Linee che all'improvviso convergono libere verso un confine. Si scrollano di dosso il peso e la gravità. Diventano traiettorie e aneliti. Promesse di qualcosa d'altro. Se ne ha più bisogno di questi tempi. Una strada che fila via, dritta, dritta verso l'orizzonte. Pare un'idea che sta per venirti in mente. Si direbbe un futuro che ti riguarda e ti invita. Viene voglia di fermarsi e continuare a guardare fino a che non si riesce davvero a capire. O almeno fino a che la linea non torna ad essere semplicemente un marciapiede, una grondaia, una fila interminabile di finestre o il filo superiore di un muro.
In terra ci sono i fogli della freepress. Nella prima pagina di Metro c'è la foto della tennista italiana Schiavone. Il pugno stretto, la bocca in una smorfia di gioia, il suo completino rosa. Nel risvolto, le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “In Italia nessuno si dimette”. Carta straccia tra i marciapiedi. Dove è il Faraone adesso? Dove è davvero Silvio Berlusconi? Dove è ora il sabotatore che ha gettato il veleno nelle condutture delle nostre comunità e si è messo a guardare lo spettacolo delle rabbie, delle convulsioni e delle disperazioni che ha provocato? Dove aspetterà i risultati?
Il Faraone, mi dice un amico, è se stesso soprattutto quando sta lontano dalle luci, lontano dai palchi maestosi dove fino a ieri ha declamato le sue domande retoriche come un Mussolini di serie B. Cammina a fatica nei corridoi della sua residenza. Lo appesantiscono, oltre alla sua zoppia, le vanterie, le volgarità, le bugie, le sue ossessioni. Anche oggi avrà evitato di guardarsi allo specchio. Solo di sfuggita, gli sarà capitato di intravede il suo volto rancoroso e quel sorriso guasto. Persino lui avrà provato un po' di antipatia per se stesso.
Il vento gira. La luce si perde all'orizzonte. Nella salita che dal Colosseo porta verso la Basilica di San Giovanni, ci sono tre suore di clausura che tornano al convento. Sono tre macchie celesti che si agitano e fremono. I pensieri sfuggenti, i passi rapidi e l'ondeggiare delle vesti. Già sono scomparse. Poi arrivano due ragazze olandesi. Passano veloci. Si sente l'odore dello shampoo, l'allegria delle voci e la leggerezza della speranza. Poi non passa più nessuno. Le linee della piccola salita assumono, ora che sono liberate dalla presenza umana, una dimensione inattesa, quasi assoluta. In fondo, laggiù, dove anche loro cercano di incontrarsi e trovare qualcosa d'altro, c'è il riverbero del sole che rimbalza su una finestra.
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da luisa — 16 maggio 2011 alle 17:41
a vedere i primi sondaggi forse qualcosa sta accadendo davvero...forse i moderati milanesi hanno capito, pure se in ritardo, chi è davvero berlusconi...
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