I pm come cancro da estirpare, l'oltraggio di Berlusconi, la tragica luce di Roma e Milano come Orano
“I pm di Milano sono un cancro da estirpare”. Ha detto proprio così Silvio Berlusconi intervenendo alla manifestazione a sostegno di Letizia Moratti. Subito dopo, come al solito, sono arrivati i pompieri a buttare acqua sul fuoco giustificando quel tono sopra le righe, quella violenza verbale da forsennato, col fatto che si è in campagna elettorale. Come se l’obiettivo politico giustificasse qualsiasi mezzo e persino l’oltraggio. Se questo oltraggio da molti non viene percepito come tale è perché ce n'é stato uno, in passato, ancora più grave che non si può descrivere né pronunciare e che tuttavia rimane implicito in ogni suo intervento, in ogni suo ammiccamento affidato allo sguardo da furbo o solo alla postura più che da uomo di governo da capoclan. In cui, sia chiaro, la mafia non c’entra niente.
Reagire facendo l’elenco di tutti i magistrati morti non serve. In qualche modo è funzionale alla retorica di chi a premessa di ogni suo discorso dice di parlare da liberale per poi distinguere e arrivare a sostenere che è vero che il premier ha esagerato con quella frase ma è pur vero che la magistratura si è accanita con lui. Non serve più indignarsi, dicevo, perché nel gioco delle parti ci si trova inevitabilmente fuori, a fare la parte degli Antichi. Loro sono i Moderni. E’ così che sono percepiti. Loro semplificano tutto. Le regole, le leggi ridotte a impaccio. Lacci e lacciòli.
“I pm di Milano sono un cancro da estirpare”. C’è qualcosa di tragico in questa frase che ben si combina con questa luce che da qualche giorno ha già aggredito i muri e i palazzi di Roma. Lasciando all’ombra solo poche strade, le più sordide e cupe. Una tragicità solare, appunto, in cui tutto è possibile e il sublime convive con l’osceno. A Milano sarà sicuramente attenuata da tutta quella umidità che sale la notte dalla terra finendo per ricomporre la solita coltre nel cielo a fare da filtro al sole. Nebbia e calore di letame dalle porcilaie disseminate in tutta la bassa padana e che avverti per lo più quelle sere di maggio e giugno, quando il treno, l’interregionale da Bologna, si lascia alle spalle Parma - Piacenza, Casalpusterlengo, Lodi - e dal finestrino aperto ti arriva insieme a quella puzza il profumo dei campi. E’ solo quando ti inoltri in quei campi, tagliati da strade e canali, che impari ad apprezzarne la bellezza operosa: non c‘è mai un resto nella pianura padana. Tutto è ottimizzato.
Lì il sole non è mai schietto, ma questo non ha mai condizionato le coscienze. Anzi, è vero il contrario. Era a Milano che si è sempre guardato in passato come espressione del livello di civiltà più avanzato del paese. Ricordo con quanto timore ci sono arrivato per la prima volta nell’84. E poi nel ’91. Un po’ spaesato, da provinciale, mi muovevo alla ricerca di qualsiasi segnale di quella che era definita la capitale morale d’Italia. Ma la mutazione era in atto da tempo e anche per questo che non fu facile individuarli quei segnali. Intanto dalla Milano da bere si passava alla Milano della Lega. Accadde nel ’93 ed io ero ancora lì ad assistere da osservatore - non votavo non avendo mai preso la residenza - alla campagna elettorale per le elezioni del sindaco, come adesso. Lo scontro era tra Nando Dalla Chiesa e Marco Formentini. Molte cose allora non le capivo ma con tutta sincerità stento ancora a capirle. Neppure adesso che sono fresco di lettura del libro, Il disordine, una vecchia raccolta di articoli oramai, in cui Corrado Stajano provava a leggere i fatti insieme: la Milano di mani pulite, di Craxi, e dei leghisti, con la morte di Falcone e Borsellino a Palermo: “E’ una domenica calda e secca, d’estate. Non piove da quaranta giorni, Milano sembra Orano di prima della peste…”.
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