I ministeri a Milano, Berlusconi a reti unificate, le promesse disperate, la minaccia di pioggia su via XX Settembre e le piccole scaramanzie

di Federico Pace — 24 maggio 2011

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Su via XX Settembre, davanti il ministero dell'Economia, i funzionari aspettano che il semaforo diventi verde. Ci sono le smunte arance ancora appese ai ramoscelli degli alberi. Le vetrine aperte. Gli elettrodomestici a prezzi scontati. Gli impiegati e i dirigenti mescolati tra loro sull'orlo delle strisce pedonali. Hanno appena mangiato. La pausa pranzo. Qualche passo verso Largo Santa Susanna. Il caffè con la panna. Ora rientrano con lo stesso passo di ruminanti che tornano dal pascolo. Leggermente piegati nelle loro giacce. Confabulano tra loro.

Anche qui discutono di quello che si dice a Milano. In tv hanno visto il volto di Berlusconi a reti unificate, invecchiato e cupo, parlare di Pisapia e delle zingaropoli. In tv hanno sentito le confuse affermazioni di Umberto Bossi. Lo hanno visto fare una pernacchia a chi gli nominava il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. E poi hanno sentito del trasferimento dei ministeri al Nord. Ma cosa vogliono dire? E di cosa parlano davvero il Faraone e Bossi quando stanno da soli nel chiuso di una stanza? Sotto questo cielo plumbeo, nelle parole di questi uomini un po' mesti e ingrigiti che tornano a lavorare nelle loro stanze numerate al ministero dell'Economia, non c'è frenesia, semmai pacata irrequietezza. “Ci mancherebbe che mi trasferiscono. Mia moglie poi mi lascia davvero”. Così dice uno all'altro, dall'alto di una camicia azzurra ancora rigida di stampella.

Passa un nugolo di motorini. Poi un autobus affaticato. Tre uomini timbrano il loro cartellino e passano attraverso i tornelli. Proprio palazzo delle Finanze, la prima grande opera per la Roma nuova capitale. La sede di uno di quei ministeri che Umberto Bossi pretende per il Nord. Un'edificio dall'estensione che impressiona. Ha un perimetro che arriva quasi a un chilometro. Forse è per questo che è tra quelli le cui funzioni Bossi vuole che vengano trasferite. E' più di un simbolo. Il leader delle Lega, che ancora subisce gli effetti di un grave colpo alla salute di qualche anno fa, cerca di prendere voti a Milano reclamando per le città settentrionali quello che tanto biasima di Roma: i palazzi del potere. Il senatur, è ormai chiaro, non ambisce ad allegerire lo Stato, a renderlo meno “pesante” e grave. Piuttosto mira a spostare pesi da una città all'altra. Per lui, alla fine, il federalismo non è altro che prendere un ministero da una città e metterlo in un'altra. Ma a che servirebbe?

Anche oggi pomeriggio, qui a Roma, è arrivato il rombo rauco del temporale. Sono alcuni giorni che succede. Prima c'è il mattino azzurro e limpido. Poi, subito dopo le tre, il cielo cambia umore. Arrivano dei colpi lontani. Un velo grigio ricopre l'azzurro e non si fa a tempo ad alzare la mano che scendono le prime gocce di pioggia. Dentro il ministero qualcuno batte sulle lettere della tastiera. Altri stanno a leggere i voluminosi rapporti. Le transazioni finanziarie. I titoli di Stato. I tassi di interesse. Qualcuno continua a discutere su quello che dice il Faraone. “Hai sentito? Ha detto che Pisapia è un sindaco della sinistra estrema e che sarebbe dannoso per i milanesi e incompatibile con l'Expo". “Le solite sparate di Berlusconi”, risponde l'altro. Minacce, preoccupazioni, paure. I ferri del mestiere del Faraone invecchiato. Sempre più consumati e scassati, eppure rischiano di essere ancora efficaci. Ma per quanto?

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Fuori la minaccia del temporale incombe ancora per un po'. Rotolano lontani i boati di qualche tuono. Un fastidio sottile. Un peso che sovrasta e non lascia tranquilli. Pioverà anche questo pomeriggio? Bisognerà comprare un ombrello anche oggi? Rimarremo fregati pure questa volta? Dentro il palazzo, il lavoro prosegue. In un corridoio si incrociano due colleghi, ma non si fermano a parlare. Quasi non si guardano neppure. Come se fossero in attesa di un evento propizio e per scaramanzia sanno che è meglio evitare. Per un attimo, verso il cielo e fuori dalla finestra, sembra prevalere il sereno. I due si salutano appena con un gesto della testa e poi scompaiono, ciascuno nella direzione opposta dell'altro.

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