Habemus Papam di Nanni Moretti al Nuovo Sacher e la confessione di una più profonda inadeguatezza

di Federico Pace — 3 maggio 2011 — 1 commenti

All'entrata del cinema di Nanni Moretti a Trastevere, c'è un tappeto rosso con la scritta Sacher in lettere d'oro. Ha un che di cardinalizio e vaticanesco. Anche qui, in fondo, c'è un Papa. Arrivano in molti per vederlo. Tutti di corsa. Anche oggi, dopo quasi due settimane che è uscito il suo ultimo film. C'è la fila per comprare i biglietti e uno degli addetti incita a spicciarsi. Dà quasi dei comandi incalzanti. Lo spettacolo deve iniziare e le persone devono entrare tutte. Tutto esaurito anche oggi. Il rito si deve compiere. Tra il pubblico, si capisce quasi subito, c'è gente che lavora nello spettacolo, colleghi di Moretti, ammiratori, appassionati e seguaci. Il tempo di scambiarsi qualche battuta una volta seduti, poi il buio, un brevissimo trailer e infine il film.

Mentre scorrono le prime immagini, forse quelle di maggiore impatto visivo di tutto il lavoro, si sta in religioso silenzio. Tutti con i cellulari spenti. Qui non è come può capitare altrove. Finalmente un po' di rispetto per un film. Eppure sembra di sentire un che di artificiale. Qualcosa di affettato. Un po' come accade quando ci si trova ad assistere a un rito religioso. Sembra di percepire quasi fisicamente il velo di formalità che trasforma e altera ciò che aveva reso necessario il rito. Poi, mentre sullo schermo il personaggio interpretato da Moretti pronuncia una battuta sulla ex-moglie, uno spettatore rompe il silenzio e sussurra alla sua compagna una battuta cinica sulla vita privata del regista. Anche in una sala cinematografica, si scopre, è soprattutto tra gli amici che si nascondono i Giuda.

Il film rispetta quello che si è letto sui giornali e visto nei trailer. La storia del cardinale Melville, interpretato da Michele Piccoli, che ammette l'incapacità a divenire Papa. Un attore bravissimo per un ruolo accresciuto di certo dalla presenza dell'uomo e delle sue esperienze. Ci sono nel film le fulminanti battute di Nanni Moretti che tradiscono, ancora una volta, l'innato talento comico del regista. C'è l'idea grandiosa che pare rimanere alla dimensione di trovata. Si direbbe quasi che gli sceneggiatori, Francesco Piccolo e Federica Pontremoli, abbiano confessato, durante la scrittura, di non riuscire a farla lievitare. Sembrano avere ammesso, implicitamente, la loro inadeguatezza alla storia. Sorgono tanti quesiti. Perché lasciare inesplorati e sconosciuti l'universo cardinalizio e gli abissi del potere? Perché banalizzarli e ridicolizzarli? Perché ignorare che un uomo che arriva sulla soglia del papato ha già da tempo accettato mille compromessi e abdicato alla prevalenza della propria intima inquietudine? Perché descrivere tutti i cardinali come personaggi infantili, caratterizzati solo da tic e eccentricità?

All'uscita qualcuno si è fermato ad aspettare nella hall vicino al bar. Il forte odore del caffè. Il vociare lieve dei gruppetti di amici che si conoscono da tempo. Qualcuno ha preso persino una fetta di Sacher e si è messo a sbirciare tra i libri in vendita. Una biografia su Stanley Kubrick. Le interviste a Francois Truffaut. C'è sempre la speranza che Nanni possa sbucare da qualche parte. Che venga a vedere cosa dice il suo pubblico. Ma questa sera l'attesa è andata delusa. Solo le immagini appena viste. Anche oggi, che di anni ne ha quasi sessanta, sul volto di Nanni Moretti si intravede l'irrequietezza di quando aveva trent'anni. Ma forse è solo una maschera. Prima c'era l'acutezza inquieta di Michele Apicella, il giovane uomo incapace di essere felice. Sullo schermo quello stato d'animo suonava genuino. Vissuto e addolorato. Quando Michele Apicella sbatteva il pugno contro il vetro dopo avere salutato la sorella, era naturale patire quella sofferenza. Le battute sembravano la conseguenza logica e fulminante di un pensiero e di un'esperienza dolorosa. Per questo in molti rimanemmo legati ai suoi film. Ora, invece, c'è qualcosa che sembra fuori luogo. Le battute, ora, sembrano solo battute.

Con il buio della sera, pian piano, la hall ha cominciato a vuotarsi. Fuori passa ancora il tram che sfiora l'entrata e pare sempre sul punto di mettere sotto qualcuno che si distrae anche solo per un istante. Ancora si è parlato del film, anche fuori, anche chi ha cercato nelle tasche il mazzo di chiavi per la macchina e chi si è messo d'accordo per proseguire e mangiare una pizza lì vicino. Uno, seduto al tavolo, è parso infervorato. “Nei film di Moretti c'è sempre la confessione di un'inadeguatezza. Quella del funzionario del partito comunista in Palombella Rossa, quella del giovane regista in Sogni d'Oro. Quella del professore in Bianca che non riesce ad amare l'insegnate di francese con il volto di Laura Morante. Attraverso la parabola di un Papa che non riesce a diventare tale, Moretti vuole confessarci una sua più profonda inadeguatezza”. In quel momento, tra il rimestare delle posate e il traffico dei bicchieri, è parso sul punto di svelare una verità inattesa. Ma poi si è fermato. Come a voler creare maggiore suspense o a volersi ritirare. Allora, una della compagnia gli ha chiesto: “E quale sarebbe questa inadeguatezza?”. E ha pronunciato la domanda come se fosse un rimprovero. Allora l'uomo ha sorriso, forse ha capito, e non ha risposto. Ha tagliato con precisione un altro spicchio di pizza, ha ripiegato il boccone con le dita, se lo è portato alla bocca. Ha assaporato il sapore di fumo di legna bruciata, pomodoro e alici e, solo dopo, ha mandato giù un bel sorso di birra.

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Commenti

  1. Scritto da betta 2 novembre 2011 alle 14:32

    sono perfettamente d'accordo.

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