Da Roma a Palermo, l’ultimo viaggio di Falcone, la testimonianza di Massimo Ciancimino e l'urto contro lo scoglio
Nel sogno ero a bordo di una nave. Mi muovevo da poppa a prua, salendo e scendendo ripide rampe di stretti scalini. Poi mi sono svegliato per la pioggia. Il rumore era metallico come se le gocce cadessero su un tetto in lamiera. Non ho subito realizzato dove mi trovassi. Più che altro ho avuto l’impressione di essere in un luogo in cui la pioggia è così rara da essere considerata un evento speciale. Roba da deserto per capirci.
Ero a Palermo e quella, in effetti, era una pioggia di vento e sabbia. Nel pomeriggio grossi nuvoloni avevano in fretta ricoperto il cielo più o meno in coincidenza del mio arrivo. Per tutto il tragitto dall’aeroporto al centro della città il tempo ha continuato a variare e quando siamo passati davanti al punto cruciale, proprio quello in cui, dopo l’esplosione, la strada si è impennata come un’onda del mare, il cielo è diventato ancora più cupo. Ho pensato al sole che mi ero lasciato alle spalle a Roma. Al commento del tassista mentre ci dirigevamo verso Fiumicino: “che belle giornate che sta facendo!” in cui oltre all’ordinario stupore si leggeva la malinconia per non poterne approfittare. Pure Giovanni Falcone tornava da Roma quel giorno di maggio del ‘92. Chissà qual è stato, guardando il mare, il suo ultimo commento prima che Brusca azionasse l’ordigno.
Poi in prossimità di piazza Politeama c’è stata una nuova schiarita e quando sono sceso dal pullman il sole è uscito definitivamente sebbene il cielo sia rimasto ancora scuro da un lato. Nella solita passeggiata serale, dall’albergo al ristorante per la cena, si avvertiva nell’aria una certa inquietudine ma era già buio da molto e quindi il movimento delle nuvole sopra la testa si poteva solo intuire. Il vento sì, quello si percepiva. Ma del resto pure a Roma, la mattina, c’era stato scirocco. Un cane, nero come la pece, è passato radente ai muri con un’andatura obliqua e mi ha tagliato la strada per andarsi a sdraiare sui gradini davanti a una chiesa.
E’ stato a questo punto che ho pensato a lui. Massimo Ciancimino avevo avuto modo di ascoltarlo a Febbraio dello scorso anno nell’aula bunker dell’Ucciardone. Proprio quella in cui fu celebrato il maxiprocesso che sancì la morte di Falcone. E pure avendolo ascoltato per quelle quattro interminabili udienze non sono riuscito a farmi un’idea precisa. Con quell’aria da eterno ragazzo, sembrava spronato a parlare soprattutto per liberarsi dell’ombra ingombrante del padre, Don Vito, che come lui stesso ha raccontato passava buona parte della giornata a letto, in vestaglia, chiamando i figli con una scampanellata. L’ho seguito nel suo racconto familiare e, essendo coetanei, mi sono sforzato di ricordarmi dove mi trovassi mentre lui di volta in volta si spostava da Palermo a Roma. Oppure passava dalla spiaggia di Mondello a Cortina. Da lì a poche ore sarebbe ritornato in un aula di tribunale questa volta non più da uomo libero. L’attesa era cresciuto dal giorno del suo arresto. Che cosa avrebbe detto? Che spiegazione avrebbe dato per quel documento consegnato spontaneamente ai magistrati e risultato falso?
Questa mattina una luce ancora più drammatica scolpiva qualsiasi superficie su cui si poggiava: incarnato, tufo o solo vuoto dell’aria. Quando verso le 10 e 30 è entrato nell’aula “Rocco Chinnici” al secondo piano del palazzo di giustizia è apparso provato. Smunto in viso, con le occhiaia. A tratti è sembrato il solito ragazzo ambiguo, cordiale e ossequioso. Ha parlato di un certo mister X che gli avrebbe fornito quel documento che lo ha messo ulteriormente nei guai. Dopo il signor Franco, ora mister X. Anche se il nome ai pm Di Matteo e Ingroia lo ha fatto. Sono stati loro a chiedergli di non pronunciarlo in aula per non ostacolare le indagini in corso.
Verso le tre del pomeriggio tutto è finito. Ma in cielo le nuvole continuavano a spostarsi rapidamente e sotto la terra è apparsa ancora più piccola. Quasi uno scoglio su cui, pur essendo segnalata su tutte le carte nautiche, spesso anche le più sicure imbarcazioni finiscono per urtare. L’ultima, quella del sogno, portava una scritta scrostata su un lato. A fatica si leggeva “Italia”.
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Commenti
Scritto da Hotel Jesolo — 18 maggio 2011 alle 13:22
Questo articolo è solo grande, grazie per questo.
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