Offside, Jafar Panahi, il pubblico del Barberini e l’energia ribelle e la leggerezza dei giovani

di Manuela Lo Prejato — 12 aprile 2011 — 3 commenti

Nel corridoio tra la circumvesuviana e la metropolitana non si procede. Una folla impaziente di tifosi vorrebbe correre ai treni, verso il San Paolo e Napoli-Lazio, ma la vigilanza la contiene. Qualcuno, per ingannare l’attesa, canta: “Perché, perché la domenica mi lasci sempre sola…”. Osservo tra la gente una bambina di sette-otto anni, con le scarpe delle Winx e una sciarpa del Napoli bordata di rosa. Penso così a un’altra partita e altre giovani tifose, e con la mente passo per Roma, un cinema, la precedente domenica, e arrivo a Teheran di Offside. Il film che è costato al regista Jafar Panahi il divieto di lavorare e rilasciare interviste per vent’anni è stato proiettato al Barberini, in anteprima per gli insegnanti delle scuole. E nel primo giorno di ora legale, di buona mattina, la sala era piena.

La storia, semplice, si incentra sulla partita Iran-Bahrain, per la qualificazione ai mondiali di calcio di Germania 2006. Le immagini che scorrono, le voci che si dispiegano non sono diverse da quelle di qualsiasi tifoseria accesa, contagiosa nel suo entusiasmo sfrenato. Con la differenza che a Teheran un freno esiste, ed è stretto attorno alla vitalità delle ragazze. Alle donne, infatti, non è consentito di entrare allo stadio, per convenzione non scritta. E il non scritto, il non precisato diventano lo sfondo del film, con risultati kafkiani che non perdono mai, però, i toni lievi scelti per la narrazione; emblematico è lo scambio di battute tra una delle ragazze fermate e uno dei soldati-carcerieri: la giovane chiede perché non possano assistere alla partita; l’uomo risponde perché i tifosi imprecano e dicono parolacce che non si addicono alle orecchie delle donne; la ragazza rilancia con un paradosso, promettendo che non ascolteranno.

In questo fronteggiarsi di donne e soldati, la figura degli ultimi non appare scontata. Sono carcerieri non crudeli, giovani alla stessa stregua delle prigioniere, con preoccupazioni che vanno dalle fidanzate gelose alle madri malate, la propria piccola pace che intendono preservare. L’umanità semplice che ne fuoriesce, più che un’assoluzione per i soldati, rappresenta un’ulteriore condanna per l’assurdità della vicenda, dove ciò che conta non è la divisione tra colpevoli e innocenti, ma l’apparenza, il rispetto delle regole di un gioco che nessuno fino in fondo capisce. Ne è prova il fatto che, quando un anziano padre in cerca della figlia si scaglia contro le sfrontate ragazze fermate, un soldato gli intimi di non prendersela con loro, proprio lui che le tiene prigioniere; come a dire, io, soldato, ho un ruolo nella recita che tu invece, padre, ti puoi risparmiare. E nel velamento della realtà, a un certo punto una ragazza è letteralmente costretta a indossare una maschera.

I commenti, alla fine della proiezione, sono soddisfatti; la sensazione che serpeggia è di un film con una forza, acuto nel tratteggiare anche i dettagli (basti pensare alla maglia numero 9 di Ronaldo, che spunta inaspettata indosso a due attori, nelle due diverse versioni, interista e brasiliana). La domanda cruciale, però, è se possa piacere agli studenti. In fila per l’uscita, nel confronto tra gli insegnanti un dubbio si solleva: per degli adolescenti, può essere accattivante quest’opera così scarna nei mezzi, che presenta in più l’ostacolo, inusuale per noi italiani, della lingua originale sottotitolata? Sì – è la risposta conclusiva –, anche loro sono ragazzi, con la passione per lo sport, l’energia ribelle e la leggerezza dei giovani del film.

Commenti

  1. Scritto da Alfredo12 aprile 2011 alle 13:41

    In questi paesi vige una sorta di medioevo moderno in cui a farne le spese sono soprattutto le donne.

  2. Scritto da Manuela12 aprile 2011 alle 20:09

    Alfredo, credo che si debbano fare, però, alcune precisazioni; in riferimento sia ai paesi (cosa intendi con "questi paesi?" Qui si parla specificamente dell'Iran e della situazione da stadio narrata dal regista) sia alla differenza tra le apparenze imposte dall'alto e le idee di libertà che circolano sotterranee, parimenti tra uomini e donne (motivo per il quale soldati e ragazze sono vittime di una medesima recita, pur non capendola o condividendola).

  3. Scritto da Alba15 aprile 2011 alle 19:47

    Ricordo di aver accompagnato i miei alunni a Giffoni Vallepiana al Festival dei ragazzi. Proiettarono un film di animazione "Persepolis" che certo non era facile nella forma, ma ricordo che piacque molto ai ragazzi . Dunque i contenuti, quando sono buoni riescono ad accattivare anche le platee più esigenti come quelle dei giovanissimi abituati agli "effetti speciali che più speciali non si può".
    Un bacio e...brava !!

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