La figlia segreta di Sebastiano Raeli, l’hotel Archimede e le vie che portano a New York
Sono le 7 e 30 del mattino e fuori dalla stazione, nelle aiuole di piazza dei Cinquecento, molti dei tunisini arrivati in questi giorni da Lampedusa dormono ancora su giacigli di fortuna. Nell’aria un buon odore di cornetti e di caffè misto a quello della varechina usata da poco per ripulire i marciapiedi imbrattati di urina. In via Marsala il camion della Laundry Hotel Service è appena arrivato per la consegna delle biancheria pulita. Nelle strade laterali non c’è ancora gran movimento. I primi a vedersi sono turisti pronti a prendere le consegne in quella sorta di presidio al quale è sottoposta quotidianamente la città: in coppia, in gruppetti di quattro, cinque persone, oppure in truppe più numerose, li vedi uscire e avviarsi verso il centro.
Passo davanti agli alberghi e, come spesso mi capita, cerco di immaginarmene la vita all’interno. Sono sempre sul punto di entrare, convinto che in quegli anbienti un po’ consunti, tra divani e poltrone in tessuto broccato, tende in velluto, suppellettili che hanno vissuto sicuramente momenti migliori, si preservino ancora tracce di storie e avventure interessanti. Penso a Miramar, dello scrittore egiziano Nagib Mahfouz. Alessandria d’Egitto, Salonicco, Napoli... Sarà la prima luce di stagione a spostarmi continuamente di luogo.
In via dei Mille passo sotto l’hotel Archimede. Ci faccio caso più che altro per il nome. Che c’entra Archimede qui a Roma, mi chiedo? Ricordo un albergo col medesimo nome a Siracusa. Lì si che ha un senso. Un po’ decadente, pure lui nei pressi della stazione. C’era un pappagallo nella hall che contribuiva a dare all’ambiente un tratto esotico. Qui, invece, non sono mai entrato e per giunta i vetri a specchio sull’ingresso, mi impediscono di sbirciare. Giusto un anno fa questo albergo ha avuto un momento di popolarità quando il suo proprietario, Sebastiano Raeli, è morto. Non avendo figli, aveva lasciato in eredità una cifra considerevole all’Università Tor Vergata. Generosità che da allora sta alimentando 300 borse di studio da 5000 euro.
Come spesso capita le storie non sono mai lineari e ora è spuntata una donna, Nina Viola, che sostiene di essere sua figlia. La vicenda, un po’ complicata da riassumere, l’ha raccontata nei dettagli e con grande passione il New York Times il 15 aprile scorso. Secondo quanto dice la signora Nina Viola, sua madre avrebbe conosciuto Raeli a Roma in attesa dei documenti necessari per la partenza in America per ricongiungersi all’uomo che aveva sposato da poco nel suo paese d’orgine, Montemurro, in Basilicata. Nina nasce appunto nel 1952, circa otto mesi dopo il suo arrivo a New York.
Quando dalla fine di via dei Mille sbuco su piazza Indipendenza, come in un flash mi viene in mente la foto della ragazza sull’altalena che Walter Rosenblum, scattò a New York in Pitt street. E mi sembra di intravedere un legame invisibile tra la vita di quel quartiere - stretto tra il Lower East Side e Brooklyn - in cui Nina appunto è cresciuta, e queste vie dove Sebastiano Raeli ha trascorso buona parte della sua ascetica vita. Da quando negli anni Cinquanta decise di partire, dalla Sicilia, per Roma e giunto alla stazione Termini, pensò bene di preferire all’uscita centrale, quella laterale da cui si accede in via Marsala.
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