Da Tokyo a Roma, la centrale di Fukushima, il terremoto, lo tsunami in Giappone e il ricordo della visita al museo della città

di Marta Marinelli — 4 aprile 2011

Dopo quel che è accaduto, dopo il terremoto, dopo lo tsunami e la crisi nella centrale nucleare di Fukushima, tutto quel che è stato vissuto in Giappone, solo qualche mese fa, appare quasi irreale. Ma la visita al museo storico della città di Tokyo sembra assumere una ragione più profonda e svelare una volta di più l'importanza della memoria.

Sono circa le cinque del pomeriggio quando l’ascensore dell’Edo Tokyo Museum si apre inaspettatamente all’ultimo piano, su una vetrata di grattacieli tinti del rosa del tramonto, mescolato al grigio perla nel riverbero metallico. L’enorme solido in cemento armato mi appare all’esterno come sospeso, una scala rossa lo lega a terra, quasi fosse la rampa di un’astronave appena atterrata: una volta saliti dentro, si scende, mentre si è sempre a mezz’aria, lì sopra la rampa, l’illusione è che l’uscita sia più su, un poco più su, nel cielo da cui quel corpo alieno sembra provenire.

Non so cosa mi abbia spinto a visitare un museo storico fatto di finzione, può essere paradossale per chi vive a Roma, sull’abituale sfondo della rovina, della memoria tangibile, dell’impronta. L’Edo Tokyo Museum ripercorre la vita della città dal Seicento, quando è eletta capitale del bakufu, polo del potere militare, agli anni della ricostruzione del secondo dopoguerra. Eppure, ad eccezione di poca oggettistica, l’esposizione è fatta di riproduzioni: ponti e palazzi a grandezza naturale, persone, pitture. Sono disponibili binocoli per osservare in dettaglio le ricostruzioni miniate di interi quartieri, che ad orari prestabiliti si animano meccanicamente; un video ricostruisce il castello di Edo, antico nome della città, riproponendone la validità nell’illusione di un’immagine. Il museo è affollato, i visitatori, la maggior parte giapponesi, sembrano divertiti e incuriositi, grazie anche all’interattività del luogo. Sembrano inorgoglirsi, di quello che vanno scoprendo del loro Paese e di loro stessi. Si accetta la copia senza demonizzarla, sembra lontana l’idea di unico, di autore; lo scopo è riconfermare e perpetuare la parola, storica in questo caso, anche se è già stata scritta: non importa che sia “vero”, esclusivo, ma che sia utile alla collettività.

Dopo lo scorso 11 marzo ripenso spesso a quell’insolito museo. Credo che la tragedia nella sua potenza distruttrice ne abbia riabilitato il messaggio sotteso, quello tutto giapponese di Mujoukan, il consapevole senso di provvisorietà delle cose: vanno assecondate nella loro temporalità, se si spera di conservarle. Nella tradizione giapponese non ci sono, fuori campo, sacche di eternità da riempire. Penso alle parole del Paul Rayment di Coetzee, “ Ognuno diventa una cosa nuova o reale. Nuova nel mondo, un nuovo originale”. Perché non pensarlo anche del nuovo Giappone, quello riassemblato. Le impronte non finiscono poi sempre per essere sostituite?

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