Da Lampedusa a Roma, i tunisini, i migranti, il momumento di Mimmo Paladino e la resistenza dei limoni

di Antonio Carbone — 1 aprile 2011 — 1 commenti

Da Lampedusa qualcuno comincia già ad arrivare a Roma. Li trovi alla Stazione Termini che provano a prendere un treno per andare ancora più a nord e fuggire dalla miseria. Verso la libertà. E così un viaggio in treno sembra ora svelare, di quello che accade a Roma, in Italia e nel Mediterraneo, più di quanto non avesse fatto mai fino ad ora.

Muri di tufo, ortiche, canne. Cancelli e ringhiere arrugginite. Pareti in mattoni forati, panni stesi. Intonaci gonfi per l’umidità. Rifiuti. Capannoni e auto abbandonate. Ogni volta che prendo il treno per il sud e assisto a questo graduale degrado, mi stupisco di come i limoni riescano a non farsi contaminare: nei vasi oppure direttamente nella terra, sono un segno di questa resistenza a cui gli uomini e le donne sembrano aver rinunciato da tempo. I rami, seppur a fatica, spuntano verso il cielo alla ricerca della luce. Le foglie, anche se impolverate, ti danno sempre l’idea di essere coriacee e i frutti spiccano per il loro colore, l’inconfondibile “giallo Napoli”.

Il treno ha superato da poco Santa Maria Capua Vetere. In questo paesone di 33000 abitanti, si è concluso da pochi giorni un importante processo con la condanna all’ergastolo di Giuseppe Setola, capo della cosiddetta fazione stragista del clan dei Casalesi, e di altri quattro imputati per l'omicidio di Michele Orsi, il titolare della società di servizio che operava nel settore dello smaltimento di rifiuti nel casertano. A Caserta fa una pausa breve, appena sufficiente per alcuni passeggeri, tra cui il capotreno, per fumare una sigaretta e per chi rimane al finestrino invece per dare uno sguardo alla reggia che i Borboni fecero costruire emulando quella di Versailles. Poi prosegue verso la valle di Maddaloni. Qui il paesaggio è dominato soprattutto da cave abbandonate, intere montagne sventrate, su cui a poco a poco comincia a riformarsi una rada vegetazione simile al pelo di un animale malato. Passa sotto l’acquedotto Carolino progettato, come la reggia, dal Vanvitelli e si incunea nella terra dei Sanniti che tanto filo da torcere diedero ai Romani.

Il viaggio è ancora lungo. Partito puntuale da Roma alle 16 e 45, il treno arriverà a Bari intorno alle 21. L’ultima volta ho fatto buona parte del viaggio di ritorno con due afgani. Due fratelli. Erano scappati un mese prima da Kabul. “All Taliban”, così mi ha descritto la città, il più grande. Afganistan, Iran, Turchia, Grecia e poi finalmente il traghetto per l'Italia dove una volta sbarcati a Bari hanno preso il treno per Roma. Privi di bagagli, così come di abiti pesanti. Viaggiavano con un “senza prezzo”. Quella stessa sera avrebbero proseguito per Milano. Per poi, il giorno dopo, alle 22, prendere un treno per la Germania. In modo da ricongiungersi finalmente al resto della famiglia. “My uncle”, mi ha spiegato che il padre era morto sotto le bombe. Chiusi nello scompartimento abbiamo condiviso più di tre ore, qualche parola d'inglese e il forte afrore a cui dopo pochi minuti mi sono in fretta abituato. Alle prime luci di Roma il più giovane, che si muoveva a scatti, nervoso e timido, come un puledro alla sua prima vera sgaloppata, mi ha chiesto conferma che fossimo arrivati. Prima di scendere ci siamo stretti la mani e augurati reciprocamente buona fortuna.

All’arrivo a Termini, combinazione o forse è solo il segno dei tempi che stiamo vivendo, due tunisini mi hanno chiesto di dargli una mano. Non volevano soldi ma soltanto che li aiutassi a fare il biglietto per Genova dal momento che continuavano a digitare sulla “J” senza trovarla. Me li sono immaginati sbarcare a Lampedusa e ho sperato che pur nella disperazione del momento, abbiano trovato il tempo di buttare un occhio al monumento di Mimmo Paladino: “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, così si chiama. E’ forse, al di là dell’aiuto ricevuto - per cui gli abitanti dell’isola, i volontari e i militari si prodigano tanto - il più forte segnale del nostro Umanesimo che possiamo offrirgli in questo momento.

Commenti

  1. Scritto da Alfredo 1 aprile 2011 alle 15:04

    La Commissione europea ha condannato oggi la decisione della Francia di rispedire in Italia i migranti tunisini intercettati alla frontiera. "Le autorità francesi non possono rispedirli in Italia", ha detto il Commissario Ue per l'Immigrazione, Cecilia Malmstrom, in una conferenza stampa a Bruxelles.

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