Non lasciarmi al Fiamma, Carey Mulligan e Keira Knightley, l'impossibile metamorfosi del romanzo di Ishiguro

di Matteo Sarlo e Marta Marinelli — 26 marzo 2011 — 2 commenti

Sono le otto e 20 di sera e l’aria a Roma sembra come l’acqua delle piscine d’estate. Non ci si stancherebbe mai di galleggiare nell’aria sottile della primavera romana, qui, tra piazza Esedra e via Veneto, davanti al cinema Fiamma. È la prima di Non lasciarmi, film del regista statunitense Mark Romanek, basato sul romanzo Never Let Me Go di Kazuo Ishiguro. È il racconto di tre bambini: Ruth, interpreata da Keira Knightley, Kathy (Carey Mulligan), e Tommy (Andrew Garfield), cresciuti nel college di Hailsham e destinati alla donazione dei propri organi a malati o vecchi dai quali sono stati clonati.

Gli occhi che cercano solo di avvicinarsi al botteghino si catalizzano sulla locandina rossa e si confondono in altri occhi, in un secondo di ammirazione sospesa. Anche solo tre minuti di anticipo non impediscono di soffermarsi sull’immagine, in primo piano, di Kathy e Tommy. Poi la corsa riprende. Giusto il tempo di vedere Kathy e Tommy correre sul pontile e Ruth da sola, in disparte, come dietro un vetro. Nella sala poche persone. Forse solo la metà dei posti è occupata. Le prime parole sono quelle di Kathy: “Sono Kathy H. Ho 28 anni[…] in questi giorni ho passato la maggior parte del tempo a guardare indietro invece che avanti. A pensare a quello che abbiamo passato io, Tommy e Ruth”. E alla mente riemerge l’incipit del romanzo di Ishiguro. Lo stesso impatto che ti abbraccia. Eppure, per il resto, è tutto così diverso.

In un'intervista alla New York Public Library lo scrittore spagnolo Javier Marias, interrogato sul merito della traduzione, risponde che ad Oxford ripeteva sempre ai suoi studenti che “la traduzione è impossibile e ogni cosa può essere tradotta”. Si ha l’impressione, durante la proiezione, che lo sforzo del regista Mark Romanek, quello di tradurre in immagini la prosa letteraria, riposi tragicamente in questo paradosso. A tratti una traduzione impeccabile, puntuale nella scenografia e in parte nei dialoghi, attori quasi perfetti, colonna sonora non invadente, suggestiva. Eppure si ha la sensazione di non essere entrati davvero ad Hailsham. Che i tre bambini le cui vite si intrecciano in un dedalo di trame e destini non siano gli stessi Kathy, Tommy e Ruth incontrati nel romanzo di Ishiguro.

L’intimo rapporto di attrazione e repulsione tra Ruth e Kathy viene ridotto al solo scontro con una riconciliazione improbabile nel finale. L’eliminazione del Norfolk, luogo dove giace ogni cosa perduta, nelle menti dei bambini di Hailsham, svilisce la riflessione sulla memoria e sulla necessità dei tre ragazzi, senza futuro, di avere un luogo, seppure illusorio, dove poter essere sicuri di ritrovare qualcosa che ora non possiedono più.

Usciti dalla sala l’aria è, ora, più affilata e costringe ad infilarsi il cappotto. La macchina è poco distante. Un amico commenta le sequenze finali sostenendo che vi fosse troppa luce. Si riferiva alla chiarezza fisica delle scene. Eppure, forse, vale anche come metafora. La tragedia, l’oscurità, viene solo sfiorata. Probabilmente a causa della mancanza di tempo. Probabilmente perché è più difficile mostrare qualcosa, invece che dirla.

Immagini

Commenti

  1. Scritto da luisa27 marzo 2011 alle 18:57

    il film ha una certa "atmosfera"... carey mulligan è sempre molto intensa... certo il libro di ishiguro è una specie di perfezione molto difficile da trasporre in un'altra forma...

  2. Scritto da maridosa31 marzo 2011 alle 13:01

    Ottima scrittura ed approfondita analisi.
    Era presente in me una certa qual incertezza nell'affrontare il film.. o il libro.
    L'articolo indubbiamente spinge ad entrambe le attività per verificare se un libro, molte volte, è più esauriente di un film.

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