Il Discorso del Re, l'Oscar a Colin Firth, la leggerezza profonda di Geoffrey Rush e la vita segreta dei film
Cosa è che davvero ci fa ricordare un film anche a distanza di anni? La domanda mi gira in testa da qualche giorno. Dalla sera in cui sono stato alla proiezione del Discorso del Re con Colin Firth, l'attore inglese premiato con l'Oscar. Avevo appena fatto pochi passi, una volta uscito dal Sacher, che la domanda ha cominciato a prendere forma. Senza che lo volessi. Come una pianta che cresce in un angolo di terreno che non ricordi neppure di aver seminato e innaffiato. Deve essere stato su viale Trastevere. C'era la luce dei lampioni, la concitazione di chi entrava in un ristorante e l'aria leggera della primavera.
A chi non è capitato di dimenticare un film? Tanti sono quelli che non ricordiamo più. Per alcuni però, anche a distanza di anni, la memoria è infallibile. Ricordiamo non solo la trama e le scene cruciali. Il volto dell'attore e le scelte del regista. Possiamo dire anche l'atmosfera generale di quella serata e il colore delle luci della città. La trama del tessuto del vestito della ragazza con cui eravamo e il profumo di lei che ci sedeva così vicina nel buio. Quel che avevamo diviso a un tavolo e le parole che ci eravamo detti lungo la strada al ritorno. Come se il film, a nostra insaputa, si era “saldato”, in un istante segreto, alla nostra vita. Il Discorso del re è un film ben interpretato e classico nello sviluppo. Una storia intima e personale inserita in un contesto storico che ha interessato tutta l'Europa sulla soglia della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, c'è qualcosa che lascia insoddisfatti.
All'inizio, nella conchiglia buia della sala cinematografica, avevo sentito la voce di Colin Firth essere esitante, esile, quasi nasale, fragilissima. Avevo sofferto per le sue sofferenze, per quella lingua che batte senza riuscire a sciogliersi. Con lui, mi ero perduto nei meandri del palato senza riuscire a venirne fuori. Nel buio della sala, insieme a quasi tutti gli spettatori, avevo provato vera apprensione. Seduti vicini l'uno all'altro, in quella compagnia da estranei che però condividono l'affinità per il cinema e per un film, avevamo sentito quasi come nostra la balbuzie del principe che non riesce a pronunciare i discorsi che il padre-re gli impone.
A stretto contatto con gli altri spettatori, in quell'universo di gomiti che si sfiorano e di poltrone un po' invecchiate, era stato impossibile non notare gli umori “collettivi”. I sospiri di sollievo quando sullo schermo appariva Geoffrey Rush, l'attore australiano che, con leggerezza vitale e irruenza affettuosa, interpreta il logopedista che prende in cura il principe. La sensazione quasi di piacere della sala intera quando Colin Firth ha pronunciato ad alta voce, finalmente senza interrompersi, una lunga e liberatoria sequela di parolacce. Per il severo regista tedesco Werner Herzog, quella dell'attore inglese, è stata un'interpretazione perfetta. Come la sua, ha detto Herzog, se ne vede una sola ogni dieci anni.
Quella narrata è una storia vera, ma per qualcuno il film pecca di imprecisioni storiche. Per Cristopher Hitchens la ricostruzione è approssimativa. Nel suo articolo sul Guardian ha accusato il film di perpetrare una vera e propria falsificazione. Soprattutto nel caso della figura di Winston Churchill. Nel film, il politico inglese è interpretato da Timoty Spall. Impossibile non notarlo. Nella finzione cinematografica appare come un intimo amico del principe. Tutt'altro nella realtà. Churchill piuttosto, dice Hitchens, sarebbe stato legato a Edoardo VIII, il fratello-rivale che sale al trono e poi abdica. Quello playboy e filo-nazista. Tanto che Churchill disse, in un suo discorso, che quello splendeva “nella storia come il più coraggioso e amato di tutti i regnanti che hanno portato la corona”. Un abbaglio di cui solo in seguito si sarebbe reso conto.
Mentre rientravo a casa sapevo però che non erano le imprecisioni storiche a rendere incompleto il film. Una narrazione cinematografica, credevo di esserne certo mentre facevo girare la chiave nella porta, ha valore indipendentemente se rappresenta la realtà fedelmente o meno. Semmai c'era qualcosa d'altro. Forse, ancora oggi ci penso su, al film manca un “segno”, un "graffio". Un qualcosa che non ha a che fare solo con il cinema, ma anche, o soprattutto, con la vita. Un elemento che colpisce una generazione o una persona fino in fondo. Quel qualcosa che fa in modo che un racconto, un film, si mescoli alla nostra vita e negli anni che verranno ci farà ricordare, non solo il volto di un attore, ma anche tutto quello che abbiamo vissuto in una sera di primavera.
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
- Colin Firth: la filmografia
- Geoffrey Rush: la filmografia
Questo articolo è archiviato nelle categorie Cronache, Il discorso del re, Colin firth, Oscar, Film, Cinema, Recensioni, Sale cinematografiche, Viale trastevere, Geoffrey rush, Winston churchill, Cristopher hitchens, Timoty spall, Edoardo viii, Werner herzog e Cultura. Puoi lasciare un commento e seguire i commenti a questo articolo sottoscrivendo il Feed RSS.










Scrivi un commento