Berlusconi, il conflitto di attribuzione per il processo Ruby e l'attesa per il museo a palazzo Grazioli

di Federico Pace — 3 marzo 2011

Alle finestre si vedono in trasparenza le meste tendine gialle. Qualche luce è accesa. In uno o due saloni, deve essere in corso qualche incontro. Silvio Berlusconi, il Faraone, non ne vuole proprio sapere di affrontare il processo in cui è accusato di aver pagato una prostitua minorenne e di concussione. Batte i piedi come un bimbo a cui i genitori non hanno insegnato a affrontare le conseguenze dei propri errori. Per questo ora prova a fermare il Rubygate sollevando il conflitto di attribuzione alla Camera dei Deputati. Anche oggi numerose vetture si infilano nel portone. Ci sono le monovolume con i vetri bruniti, le berline color argento e quelle blu notte. I cerchi in lega luminescenti che quasi ipnotizzano per quel girare elegante. Gli autisti tengono il volante. Entrano, aspettano i passeggeri mentre scendono e poi, sempre alla guida, escono facendo fatica a celare l'orgoglio che provano per se stessi. Hanno il volto da pugili o da attori che ne hanno viste di belle e di brutte.

Un uomo, fermo a guardare il palazzo, mi chiede cosa ne sarà delle stanze dove vive Silvio Berlusconi quando il premier non si occuperà più della cosa pubblica. “La famiglia Grazioli le metterà in affitto a qualche altro uomo di potere? O le apriranno al pubblico? Si immagina i soldi con tutte le persone che correrebbero fino a qui per vedere dove dormiva Berlusconi? Per vedere il bagno di Silvio Berlusconi! Mi immagino già la fila fino a Piazza Venezia!”. Già, cosa succederà a questi spazi quando il ciclo politico di Berlusconi sarà giunto al termine? Qualcuno (un agente immobiliare?) comincia a pensare al Faraone come a qualcosa del passato. Niente di più naturale, il Faraone ormai appartiene a qualcosa di superato.

La pioggia è fitta e il cielo è di un bianco stinto. Le luci acuminate delle vetture. Gli ombrelli aperti. I lamenti azzurri di un'ambulanza. I visi seri di due egiziani che attraversano la strada. I carabinieri a ripararsi sotto al portone. Maurizio Paniz, capogruppo del Pdl nella giunta per le autorizzazioni a procedere è l'autore del testo presentato all'ufficio della presidenza della Camera presieduto da Gianfranco Fini. Anche lui è passato di qui diverse volte. Paniz oggi ha detto che quella di sollevare “il conflitto di attribuzione era l'unica strada da percorrere dopo l'indisponibilità mostrata dalla procura di Milano a raccogliere il segnale provenuto dalla Camera il 3 febbraio".

Sul marciapiede arrivano dal bar un paio di uomini in divisa. Nelle loro chiacchiere si parla di Apicella. Il cantante arriva qui anche questa sera? O discutono di altro? Un gruppo di ragazzi passa proprio vicino al portone. Sono stranieri. Solo chi non è italiano cammina così vicino all'entrata di palazzo Grazioli. Gli altri, quasi sempre, girano largo. Sono spagnoli. Solo frammenti di parole nel brevissimo tempo che mi incrociano. Uno di loro parla di “lluvia amarilla”. Pioggia gialla. Racconta del romanzo di Julio Llamazares? Si sta lamentando di quello che viene giù dal cielo? Torno dall'agente immobiliare, che è rimasto poco distante a guardare il palazzo. Gli spagnoli mi hanno fatto ricordare una cosa.

“Non so se ha a che fare con la sua idea, gli dico, ma c'è una notizia che ho letto qualche mese fa”. L'uomo mi guarda come se fossimo già diventati compagni di affari e dovessimo metterci d'accordo sugli ultimi dettagli. “In Spagna, qualche mese fa, hanno chiuso al pubblico le stanze dove visse Francisco Franco. All'interno del Palazzo del Pardo, la residenza reale che lui occupò. Franco ci teneva riunioni, consigli dei ministri e incontrava leader politici. Come fa Berlusconi. Non che questo voglia dire chissà che, però...”.

L'agente immobiliare è rimasto un istante a pensare. Tiene duro. “E perché hanno fatto una cosa del genere? Perché le hanno chiuse?”. Dico quel che ricordo. “La commissione che ha preso la decisione pensava fossero prive di alcun interesse culturale o storico. Non ne valeva la pena.” Non ho fatto a tempo a terminare la frase che all'uomo era già tornato il sorriso e, battendomi con la mano sulla spalla, ha esultato cinicamente: “Interesse culturale? Interesse storico? In Italia a queste cose non ci pensa nessuno. Lasci stare la Spagna. Pensi al museo, non la vede pure lei la fila?”.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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