Berlusconi e il nuovo ministro Romano, i raid sulla Libia, la mozione al Senato e le ombre lunghe su palazzo Grazioli

di Federico Pace — 24 marzo 2011

Le persone che oggi passano davanti palazzo Grazioli lasciano lunghe ombre. Qualcuno guarda in basso e sembra perdersi in quel prolungamento di sé così ineffabile e ineludibile. Qualcun altro guarda altrove e neppure se ne accorge. Anche Silvio Berlusconi è alle prese con le sue ombre. Cupe e sempre più ingombranti. I processi da evitare. Una fiducia in Parlamento da puntellare con ogni mezzo. Il Faraone, si rifugia in affari minuti e personali mentre nel Mediterraneo si agitano le rivolte di popoli giovani e si infiamma lo scontro tra Libia e forze occidentali. Solo ieri, ha detto il Pentagono, le forze della coalizione hanno effettuato quasi sessanta raid aerei. Di questo, Berlusconi non ha parlato. Ha fatto qualche contrita dichiarazione sulla sorte di Gheddafi. Ha dimenticato i civili già morti. Si è rifiutato, ancora una volta, di spiegare ai cittadini, le scelte del governo e assumersene le responsabilità. Le contestazioni dei giorni precedenti devono avere cominciato ad aprire piccole crepe nel muro del suo consenso.

Nascosto nei silenzi dei corridoi di palazzo Grazioli, il Faraone ha mandato al Senato, al posto suo, il ministro Frattini. Come per il nucleare, il premier ha imposto ad altri di metterci la faccia e sacrificarsi. Intanto, su via del Plebiscito, due anziani turisti si fermano a parlottare con i carabinieri di guardia. Il premier poco dopo mezzogiorno ha lasciato palazzo Grazioli per presenziare, al Quirinale, al giuramento del nuovo ministro da lui indicato per l'agricoltura. Se non ha avuto parole per la guerra, il Faraone per le poltrone che ha assegnato, necessarie a assicurargli pochi voti per scongiurare la fine politica, ha invece mostrato la lingua sciolta: “Al nuovo ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Saverio Romano, che porterà nell'incarico la sua conoscenza dell'economia del Sud di cui l'agricoltura è il settore più importante, le mie congratulazioni e i miei più sentiti auguri di buon lavoro''. Non importa se Romano è coinvolto in alcune inchieste in Sicilia, non importa se Napolitano ha espresso riserve sulla nomina.

Poi, all'improvviso, da queste parti, si sente l'odore di frittura di pesce. Solo una finestra, lassù in alto, è aperta. Qualcuno, nei meandri del Castello, ha voluto togliersi uno sfizio? C'è un qualcosa nell'aria, anche nel cuore inquinato della città, che fa pensare alle sagre di paese. A Roma, alle volte, può ancora accadere. Le limousine grigie hanno ripreso a entrare e uscire. Il Faraone deve essere tornato già da un po'. Entrano ed escono funzionari, aspiranti candidati, sindaci di città. Tutti cercano di ottenere qualcosa dal leader che si fa sempre più fragile. Prima che sia troppo tardi. Si direbbe un uomo assediato, a vedere tutto questo movimento di chi viene per trattare piccole contropartite.

Il cielo, in alto, è sempre più azzurro. Passa un ragazzo che indossa una maglietta rossa con l'effigie di Che Guevara. Una giapponese con un cappellino bianco si ferma all'angolo con via della Gatta. In contro luce, prova a fotografare le bandiera italiana che sventola sul balcone. Per un attimo, in quella posa, in quell'anelito d'artista, in quella voglia di fermare un istante di colori, pare distratta dalle angosce per quel che è accaduto al suo paese. Un pattinatore, allora, passa velocissimo. Indossa dei pantaloni grigi di una tuta e un giubbotto impermeabile azzurro e nero. Tutti si girano a guardarlo. Sembra volare e non pare preoccupato di nulla. La sua ombra è un filo che corre veloce e si perde nel traffico verso piazza Venezia.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)

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