Berlusconi contestato durante le celebrazioni e lo spettacolo dei venditori d'ombrelli vicino palazzo Grazioli

di Antonio Carbone — 18 marzo 2011 — 1 commenti

Il cerimoniale è stato fitto di impegni. Dall'Altare della Patria al Gianicolo, fino alla messa nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Il corteo, con in testa le più alte cariche dello Stato, si è mosso compatto. Anche se per Silvio Berlusconi più che una processione è stata una via Crucis. Sul piazzale del Gianicolo, infatti, ha dovuto affrontare la prima protesta. Poi a Porta San Pancrazio, davanti al museo della Repubblica Romana, è stato accolto da cori di "dimissioni", "bunga-bunga", "vai in tribunale". Non è mancato chi ha provato a incitarlo, gridandogli "resisti" e, probabilmente, proprio con qualcuno di costoro ha trovato anche il tempo di scherzare, rispondendogli: "vado avanti. Non lascio il paese ai comunisti". Di fronte a ogni attacco la sua difesa è sempre stata la stessa. Sa bene come faccia breccia quella minaccia. Ha la forza di riaprire nella nostra recente storia una ferita che non si è del tutto rimarginata. Del resto perché, capita ancora di chiedersi, fu rapito Aldo Moro?

Sarà una suggestione, ma ogni volta che arriva questo periodo dell’anno ritorna la sensazione di entrare in una sorta di quaresima laica che in qualche modo si sovrappone a quella cristiana. Non potrebbe essere altrimenti dopo quel fatidico 16 marzo 1978 che ebbe il suo tragico epilogo dopo 55 giorni, con la morte del presidente della Democrazia Cristiana. Pure il tempo non fa mai eccezione. Minaccia sempre pioggia, per quanto  il cielo abbia una luminosità già primaverile. E così anche oggi si ha l’impressione che siano state date precise indicazioni agli agenti atmosferici in modo che anche per i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia non venga meno una sottile vena di mestizia, appena sufficiente per costringerti a ricordare esattamente quel giorno dove eri, che cosa stavi facendo, per poi di colpo riportarti al presente e porti la stessa domanda con un tono ancora più enfatico: dove siamo adesso e che cosa stiamo facendo?

Nel pomeriggio, alla prima schiarita, sono uscito senza ombrello. Con un tempo così vuol dire quasi sempre bagnarsi. Nella maggioranza dei casi succede davvero e si finisce per essere tentati di comprarlo da qualche venditore ambulante che, dandoti il resto, con un sorriso beffardo ti rassicura che i suoi non hanno nulla a che fare con quello che ti si è rotto solo qualche giorno prima, dopo averlo appena acquistato. E’ bastata una folata di vento. Per strada, qualche coccarda, poche bandiere e un timido entusiamo che ti fa venire in mente la neve che non attacca. Verso le 18 via del Plebiscito era chiusa al traffico. Si attendeva l’arrivo del presidente. Davanti a palazzo Grazioli, infatti, c’era il capannello di persone delle grandi occasioni. Il tempo di allungarti in via Caetani, dove fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, che al ritorno ti sei perso l’arrivo. E così non puoi fare altro di immaginartelo in una stanza di questo palazzo trovare finalmente un po’ riposo dopo una giornata così faticosa. Per non parlare della settimana: i processi che lo attendono, il rimpasto del governo “ostacolato” da  Napolitano, le indagini supplementari consegnate dai pubblici ministeri di Milano ai suoi avvocati. In tutto questo bailamme, ha trovato il tempo di pensare anche al Giappone?  E come si sarà sentito? Avrà anche lui provato la vertigine di vivere in un pianeta così fragile?   

Se pensi alla paura che per un momento, nel chiuso della sua abitazione, può far vacillare persino un uomo di Stato, quasi sempre te la immagini causata da una porta che sbatte, una finestra che improvvisamente si apre costringendolo più che a pensare, a contemplare l’inatteso. Te lo immagini alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi alla finestra per buttare uno sguardo dall’alto alla gente che passa e, a mano a mano che sente più vicino le loro paure, perdere le proprie sicurezze fino al punto di prendere la decisione più difficile. Presentarsi cioè in pubblico per quello che si è: incerti e in balìa degli eventi. Ci sono momenti in cui di fronte all’incombere di rischi sempre meno prevedibili, ci si sente rassicurati più da uomini che confessano di non avere soluzioni da offrire, che da quelli che ostentano sempre sicurezza. E invece in questi giorni, dalla Prestigiacomo a Romani, si è assistito al solito spettacolo, solo in parte corretto, nelle ultime ore, da un timido richiamo alla cautela, che di fatto però non ha comportato un’inversione di marcia. Per il resto dal Governo si è alzato un coro pressoché unanime: il nucleare è sicuro e noi in Italia non abbiamo niente da temere. Più veniva ripetuta questa frase, in radio, in televisione, e più quelle rassicurazioni ti riportavano alla mente quelle dei venditori ambulanti di ombrelli a cui molti, bloccati all’uscita della metropolitana, puntualmente sono costretti ad affidarsi pur sapendo bene di essere sul punto di prendere l’ennesima sòla.

Commenti

  1. Scritto da Vincenzo24 marzo 2011 alle 12:22

    "Nel pomeriggio, alla prima schiarita, sono uscito senza ombrello. Con un tempo così vuol dire quasi sempre bagnarsi".

    Grande Antonio, è sempre un piacere leggerti!

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