Berlusconi non si dimette nella metafisica quiete di palazzo Grazioli
E' passato solo un giorno dal rinvio a giudizio del premier. E qualcuno, per strada, già si chiede quanti giorni ancora dovremo aspettare prima che Silvio Berlusconi lasci gli incarichi pubblici. Prima che Berlusconi, celato dietro i vetri bruniti delle vetture, abbandoni per sempre palazzo Grazioli. Cento giorni ancora? O solo qualcuno? Difficile dirlo. Di sicuro, quelli che si stanno vivendo a Roma sono gli ultimi giorni del Faraone. Per lui, malgrado tutto, non ci sarà modo per evitare la fine politica. Ma oggi, però, non sembra accadere nulla. Almeno rispetto a ieri, con tutto quel via vai di incontri. Nella serata poi, l'ennesima visita di Umberto Bossi. Il fedele alleato ha assicurato di appoggiarlo. Ancora per quanto?
La notte è passata. Questa mattina dal cielo è scesa una pioggia lenta e ostinata. Le strade bagnate e le vetture ingobbite nella loro armatura metallica. Alle tre del pomeriggio ha smesso di piovere. Un padre solitario, ad un semaforo pedonale, tiene un passeggino con un telo impermeabile. Poco più in là, in uno dei vicoli che sfociano su via del Corso, una giovane cameriera in un momento di pausa sembra parlare delle questioni di Silvio Berlusconi con un suo collega: “E che non lo sai che gli uomini pensano solo a una cosa... Poi, c'è il resto...”. I camionici della nettezza urbana passano per il loro turno a raccogliere le cassette di plastica e gli scatoloni di cartone. Le verdure, la frutta, tutti gli scarti e i cibi consumati.
Via del Plebiscito è una sorta di canale o galleria all'aperto dove scorre ogni cosa e non puoi quasi fermarti. Da qui, in pochi secondi, passano il 62 che va verso Borgo S. Angelo, i taxi bianchi, il 64 che va a San Pietro, il 628 e i motorini in stormi. Come sponde di una gola, stanno il Museo Nazionale di palazzo Venezia e l'edifico che Silvio Berlusconi ha preso in affitto, dalla famiglia Grazioli, dopo avere lasciato via dell'Umiltà. Più di mille e trecento metri quadrati a sua disposizione. A quest'ora davanti al palazzo non c'è quasi nessuno. Sembra non esserci alcun incontro. Ci sono solo due uomini seduti su uno dei vasi. Davanti a loro, una telecamera. Stanno in attesa, come stanno in attesa solo i pescatori. In alto, sul balcone sopra l'ingresso, sventola una smunta bandiera italiana.
C'è una strana quiete. Quasi metafisica. Inafferrabile. Una pace che cela qualcosa. Si vede qualche luce accesa dietro le finestre. Un paio di saloni dagli alti soffitti. Nelle stanze segrete, al riverbero di un chiarore antico, qualcuno sta mettendo a punto i prossimi passi. Sul marciapiede fanno avanti e indietro i turisti. Un megastore di casalinghi di un brand inglese dove prima c'era il negozio delle Sorelle Adamoli. Passano anche gli uomini della scorta. Vestiti di nero e con i capelli corti. L'auricolare trasparente nell'orecchio sinistro. Scherzano un poco. Anche per loro, una sigaretta e un caffè. A cosa pensano davvero quando rincasano nel chiuso delle loro abitazioni?
Poco più in là, verso piazza Venezia, il Caffè Napoleone. All'interno, in uno spazio ampio, due donne parlano della via Francigena e un ragazzo si lamenta del problema di fare tutti i giorni avanti e indietro con Arezzo. Del Faraone non parla nessuno. Se chiedi quando si dimetterà, qualcuno risponde che “quello è duro a morire”. Alle pareti come indizio da interpretare, insieme a delle riproduzioni d'epoca, c'è un quadro di Romano Mussolini, il quarto figlio del dittatore italiano. Una maschera colorata.
Federico Pace è autore del libro Senza volo
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