Berlusconi e Gheddafi e il diario segreto del cameriere di palazzo Grazioli

di Antonio Carbone — 24 febbraio 2011

Le immagini dei massacri in Libia insieme a quelle degli incontri tra Gheddafi e Berlusconi stanno facendo il giro del mondo e viene da chiedersi non tanto se fossero opportuni tutti quei salamelecchi, quanto che cosa facesse essere così a proprio agio il nostro Presidente del Consiglio in sua compagnia. E’ una curiosità che difficilmente riusciremo a esaudire. A meno che, da qualche parte, Silvio Berlusconi non conservi un suo personale diario per la gioia degli storici del futuro. Anche se un eventuale diario sarebbe da prendere con le pinze e da interpretare con molta cautela. Al netto dei soprusi e delle violenze che il raìs libico ha inflitto e continua a infliggere ai suoi connazionale che cosa, infatti, condividono i due se non questo bisogno di guardarsi allo specchio della menzogna con commossa soddisfazione? A riprova di ciò sta il fatto che nel confronto con qualsiasi altro leader occidentale, Berlusconi appare sempre un po’  kitsch.   

Oggi facendo la strada per arrivare in via del Plebiscito ho cercato di immaginare, al di là dei documenti ufficiali, su che cosa allora gli storici potranno basarsi per delineare un quadro il più verosimile possibile. Non è escluso che saranno costretti a partire da elementi del tutto marginali. Che adesso non destano nessuna considerazione da parte dei media e neppure di chi conduce le indagini. Per inciso il deputato pdl ed ex consulente Fininvest, Massimo Maria Berruti, è stato condannato a due anni e dieci mesi di reclusione per riciclaggio nel  processo d'appello sui presunti fondi neri Mediaset.   

Sarà per questo che per provare ad agevolarne il lavoro, quello degli storici si intende, ho deciso di privilegiare anch’io l’ingresso secondario, quello che dà su piazza Grazioli, nella speranza di individuare qualcuno che per espressione, passo e abbigliamento di sicuro abbia poco a che fare con tutti questi parvenu che si vedono entrare o uscire dall’ingresso principale. Ci sarà pure qualcuno che frequenta questo palazzo solo per riassettare le camere, rifare i letti o preparare la colazione, il pranzo e la cena? E chi può escludere che proprio una persona del genere, che magari nelle situazioni ufficiali appare tra i  più sottomessi, quando ogni sera ritorna a casa e si spoglia nella sua inamidata livrea, prima di andare a dormire si sieda davanti a un tavolo per aggiornare il suo diario?

Mentre pensavo all’ipotetico diario segreto del cameriere di Silvio Berlusconi, mi è venuto in mente l’incontro fatto con un giovane ingegnere l’unica volta che sono stato a Tripoli. In un inglese più modesto di quello della Minetti sicuramente, conversammo di tutto. Orgoglioso del suo paese mi fece da cicerone portandomi in giro dal museo della Jamahirya fino alla moschea di Draghut, passando all’interno del suq. Solo quando davanti all’arco di Marco Aurelio gli chiesi cosa effettivamente pensasse di Gheddafi, d’istinto abbassò la voce e prima di proferire parola si guardò velocemente in giro per essere sicuro che non ci fossero orecchi indiscreti. Chissà che ne è ora di Alì, è così che si chiamava e spero si chiami ancora il mio amico libico. Chissà che anche lui non avesse un diario. Se  non il suo, di sicuro molto presto ne leggeremo tantissimi.  

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