Mario Monicelli, l'intervista ritrovata e il balzo nell'ultima solitaria guerra
Mi capitò di andare a intervistare Mario Monicelli nel 2003. L'appuntamento con il regista era in una sua abitazione al Rione Monti. Eravamo in tre a comporre la piccola troupe. E tutti e tre eravamo rimasti per un po' davanti al portoncino prima di citofonare. Quasi a celebrare un rito. Tanto era il rispetto per quell'uomo divenuto ossuto. Poi citofonammo, rispose lui e ci aprì. Salimmo le scale e l'appartamento sembrava quello di un ragazzo che solo da qualche anno aveva lasciato la famiglia d'origine. Pure il suo abbigliamento faceva pensare a un ragazzo. Una camicia, un paio di jeans. Pure l'irrequietezza che ebbe per tutta l'intervista, le mani sempre in movimento, faceva pensare alla necessità e alla voglia di vita degli adolescenti. Come il fastidio a stare fermo, seduto su una poltrona a rispondere a domande che aveva ricevuto già infinite volte, sembrava quello dei figli piccoli durante i pranzi delle famiglie riunite nei giorni di festa.
In questi giorni, dopo quello che è accaduto, ho cercato il materiale di quell'intervista nel mio disordinato archivio. Ma non sono riuscito a trovarla. Ricordavo il modo con cui aveva risposto. Più ancora delle parole dette. Ricordavo il piglio arguto, lo sguardo di lince, la prontezza del pensiero. Di gran lunga superiore a quello dei suoi interlocutori. Solo questa sera sono riuscito a ritrovare quell'intervista. L'ho rivista e molte delle sue parole, inesorabilmente, sembravano avere un altro senso. E' stato quasi sempre serio, comunque. Solo in un momento è sembrato divertirsi. Quando, fuori dall'intervista, si è messo a guardare un orologio. Si è sorpreso dell'ora. Tardi? O presto? Era venuto da chiedere. "Ma questo è fermo. E' fermo. Eppure anche questo funziona... Solo due volte al giorno!".
Aveva parlato della guerra. Gli Stati Uniti, ai tempi di quell'intervista, avevano da poco invaso l'Iraq. Aveva parlato della guerra che aveva fatto: la seconda guerrra mondiale. In Jugoslavia. A vedere i Titini e gli Ustascia che se le davano di santa ragione e non avevano neppure tempo per stare a dare la caccia agli italiani. Di come era uscito da quella guerra con un cambio d'abito quando era a Napoli. Aveva parlato della prima guerra mondiale. Quella che aveva raccontato nei film. Aveva detto delle storie che aveva sentito. Dal padre, prima di tutti. Di quei giovani che venivano mandati così, senza alcuna preparazione, a una resa dei conti più grande di loro. La stessa resa dei conti dell'ultima solitaria guerra, assurdamente più grande di ciascuno di noi, che lui ha preferito affrontare con un ultimo, definitivo, balzo.
- Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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Commenti
Scritto da Moreno — 2 dicembre 2010 alle 06:52
Bellissimo documento, grazie per averlo condiviso.
p.s. controllate l'ortografia iniziale.;)
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