Cronaca di un pomeriggio: la mostra fotografica di Mario Carbone alla Casa della Memoria di Roma
Ci sono sere in cui si prova il bisogno di fare un resoconto della giornata, quasi in previsione di dover fornire un alibi a chi in futuro ci porrà la domanda: “Mi dica esattamente cosa ha fatto il pomeriggio del ...”. Erano da poco passate le 16,30 quando sono uscito da lavoro, il venerdì facciamo un’ora in meno, e mi sono avviato su lungotevere. L’acqua, mi ricordo, aveva riflessi di stagnola e si sentivano solo i versi dei gabbiani, strazianti per quanto sembrassero grida di bambini. In un bar su via della Lungara, vicino al carcere di Regina Coeli, ho preso un caffé. Alle 17 in punto ero alla Casa della Memoria. Per quell’ora erano in programmazione due cortometraggi su Linosa di Mario Carbone. A dire il vero sapevo poco del regista, il fatto che abbiamo lo stesso cognome è solo un caso. Mi ero imbattuto in lui solo qualche volta liquidandolo, superficialmente, come una sorta di Vittorio De Seta in tono minore. E’ stata più che altro la curiosità per quell’isola in cui avevo vissuto una piacevole vacanza nell’estate del ’94, a farmi prendere quella strada.
Nella sala eravamo in cinque. Una ragazza è entrata, si è avvicinata a un computer per dare l’avvio al DVD e si sono viste le prime immagini. E’ stata una scoperta. Soprattutto il secondo Dove la terra è nera del 1965, senza commento né musica ma solo con l’audio ambiente mi è piaciuto molto per il bianco e nero e il modo di raccontare semplice: la terra riluttante, il mare ovunque, gli utensili consumati come i volti dei pochi abitanti, i bambini che raccolgono le uova dei gabbiani tra gli scogli e una vacca costretta a nutrirsi dei rami dei fichi d’India insieme alle spine. Dopo la proiezione, è durata poco meno di 20 minuti, ho dato uno sguardo alla mostra fotografica, sempre di Carbone, al piano di sopra. Foto degli anni Cinquanta e Sessanta di Roma ma non solo. Una in particolare mi ha colpito, Spazzini del ’57. Il pensiero subito è andato a N.U. di Antonioni.
Insomma, per farla breve, prima ancora delle 18 ero già di nuovo in strada. In piazza Sant’Egidio sono passato davanti al Museo dove si teneva la mostra fotografica, Un secolo di clic in cronaca di Roma, ma si sono sentito piuttosto sazio di ciò che avevo appena visto, è allora ho proseguito. Poco oltre ho buttato uno sguardo alle bancarelle di libri usati, sperando di trovare un castorino su Mario Carbone di cui, devo ammettere, ho avvertito un bisogno improvviso di saperne di più. Non c’era, naturalmente. Facendo attenzione agli storni, ho attraversato di nuovo il Tevere, gonfio più del solito e non so come mai mi è venuta in mente una fotografia in bianco e nero di mio padre, all’imbrunire. Lui in figura intera, sulla riva di un fiume, non so dire di preciso quale, con un ramo in mano, i pantaloni tirati su e uno sguardo preoccupato. E mi è venuto in mente pure il commento che mia madre puntualmente fa quando, sfogliando l’album di famiglia, si arriva a quella foto. Eh, questa è la famosa foto della sera in cui annegò quel bambino…
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